Continuando le nostre note sui principali nuclei di opere d'arte che ar­ricchiscono la nostra città, all'attenzio­ne dei padovani offriamo qui quello che si potrebbe chiamare un museo nel museo, quello Civico, della nostra cit­tà. E in realtà, anche se parecchie ope­re e fra le più importanti della raccolta Bottacin sono state da tempo giustamente immesse nell'ordinamento gene­rale del Museo Civico (e basti qui ac­cennare alle preziose e stupende tavole del Guariento e ai piccoli bronzi delle «plachette ») il Bottacin é realmente un museo a se stante o, se vogliamo, una «sezione» tecnicamente autonoma, che nella ricchissima e varia raccolta di monete, medaglie e «sigilli» ha la sua precisa fisionomia.

Un vero museo, dunque, dentro al museo civico. E tuttavia, a dispetto del valore singolare e complessivo dei suoi pezzi (sopra tutto delle sue medaglie e monete), il Bottacin é pressoché «sco­nosciuto» ai nostri concittadini, che non siano dei cultori specializzati della storia dell'arte.

Questa specie di carenza, del resto, non é data tanto dal fatto che le raccol­te di medaglie e monete del Bottacin sono (giustamente del resto) divise dal restante museo dedicato alle tele, alle sculture, e (in altri tempi!) alle stampe; quanto perché il nostro museo civico, è come diviso in due, l'ultima parte (il Bottacin cioè) trovandosi al di là di un cancelletto di ferro che viene aperto solo a richiesta, cosa normale, si sa, solo per chi è professionalmente legato ai fatti dell'arte. Mentre, e non é meno naturale, il visitatore normale che non é abituato a questa meccanica da spe­cialisti, una volta

arrivato al « fatale» cancelletto in ferro, tutt'al più azzarda di mettere «di là» la testa, per ritrarla subito e ritornarsene sui propri passi. Crediamo opportuno di rilevare questa situazione certamente assurda, non per fare degli appunti alla direzione gene­rale del museo, che ha già tante gatte da pelare (basti, per tutte, la contro­versia con gli eredi Capodilista), o alla persona del suo direttore il Professor Ferrari, che semmai merita la ricono­scenza della cittadinanza per la passione e l'amore e l'ordine che dedica da anni al suo singolare museo e alla memoria non meno singolare del generoso donatore, bensì nella speranza che un bel giorno le autorità competenti si decidano a dotare tutto il nostro mu­seo, quello Bottacin compreso, del "servizio" sufficiente perché, sia il cit­tadino che lo studioso possano visitare o studiare le varie raccolte o singole opere senza l'obbligo di avere «tutto per sé» un «inserviente ». Ancora un rilievo non si può non fare, del resto, sul modo irrazionale con cui sono si­stemate le raccolte del Museo Bottacin obbligato in piccole salette sovraccari­che, con una illuminazione decisamen­te insufficiente. Nessuno può fare mi­racoli, né potrà farli davvero il bravo prof. Ferrari; ma così come é, il museo Bottacin obbliga il visitatore e lo stu­dioso a scomodare il direttore stesso per poter esaminare qualche esemplare di valore; che altrimenti nelle stipate vetrinette difficilmente potrebbe anche soltanto vedere.

E materia così rara, e, aggiungiamo così difficile, quella della «moneta», che in antico era sempre opera dei più grandi maestri; e quella dei sigilli o delle medaglie (basti pensare che é largamente rappresentata la scuola ferrarese del XV secolo, quella del Pisanello per intenderci, e quella podovana di diret­ta discendenza del Donatello, che com­prende un forte e prodigioso autoritratto del Briosco) che crediamo op­portuno richiamare ancora una volta l'attenzione delle autorità della nostra città sul fatto culturalmente criminoso di lasciar «vegetare» complessi di ope­re di grande valore artistico e storico.

Del resto, il Museo Bottacin non comprende soltanto la triplice e prezio­sa raccolta di medaglie, monete, cam­mei e sigilli (anche se la sua fisionomia é data fondamentalmente da queste «tecniche» preziose) ma possiede au­tentiche ceramiche cinesi e giapponesi, nonché, ma queste in diretta comuni­cazione con le sale del museo civico, delle pregevoli miniature. Ne si deve dimenticare la sala di sculture e pitture della seconda metà del secolo scorso, opere di non grande valore artistico ma di notevole interesse storico, tra cui il rarissimo ritratto di Ugo Foscolo gio­vanetto, legato al Museo Bottacin dalla Contessa Adele Piovene Sartori.

Detto, anche se sommariamente, del valore singolare delle raccolte del Museo Bottacin, ci sembra ovvio ricor­dare ai padovani chi era questo «Nico­la Bottacin» che quasi un secolo fa alla nostra città fece un dono così prezioso.

Nato a Vicenza nel 1805, e passato presto a Noale, dove ebbe la prima educazione, a soli 17 anni il giovane Bottacin se ne andò per il mondo. E non davvero con lo spirito «romanti­co» del giramondo, ché subito si buttò come a capofitto nel commercio, pri­ma come semplice contabile, ben pre­sto come coraggioso imprenditore di agenzie commerciali. Da Venezia, pas­sò presto a Trieste, ed é a Trieste che la sua «fortuna» sembra precisarsi in modo chiaro e definitivo; é a Trieste che il caso lo porta a farsi conoscere e stimare (lui piccolo borghese di umili natali) dal principe Massimiliano, col quale avrà lunghi rapporti di amicizia come da pari a pari. Sull'amicizia del futuro imperatore Massimiliano per il nostro Bottacin sono tangibile testimo­nianza le ceramiche messicane che via via l'imperatore gli mandò, con altri oggetti di valore storico ed artistico, fi­no a fargli dono testamentario del ven­taglio e del sombrero che il tragico im­peratore portò il giorno stesso della sua fucilazione.

Fu proprio a Trieste che il Bottacin comincerà a raccogliere oggetti d'arte, fino a creare un pregevole e singolare museo che fin dal suo nascere godette della più larga e profonda simpatia e stima del mondo della cultura. Prodi­gioso lavoratore fu dunque il Bottacin, e abilissimo nei commerci; ma tutto il denaro che via via gli veniva di accu­mulare, grazie agli abili commerci, egli lo rinvestiva nell'arricchimento del suo museo, e della sua pregevolissima bi­blioteca, pure donata alla città di Pa­dova e attualmente incorporata nella biblioteca del museo civico. Portato a Padova dalle varie traversie e combi­nazioni della vita, ormai maturo d'an­ni, il Bottacin fece dono alla nostra cit­tà di tutto quanto aveva raccolto in tanti anni di studi e fatiche, continuan­do infine ad arricchire il suo museo fi­no alla morte, avvenuta nel 1876.

Questa singolare figura di uomo, che stimò dono preziso e impagabile ri­cevere la cittadinanza onoraria di Pa­dova, ebbe da vivo tali e tanti segni di stima e simpatia, da «obbligare» quasi gli amici maggiorenti a fare dono di opere di arte al museo Bottacin, come per onorarne l'altezza morale; e vo­gliamo qui ricordare il francese Achille Carcassonne suo grande amico e testa­mentario. Ci viene infine naturale, qui, di pensare al «progresso» compiuto dalla balda classe dei nuovi e attuali miliardari, ai nostrani per rimanere nella nostra città, che per i tanti miliar­di fatti su — e tanto più facilmente e in fretta del semplice cittadino Bottacin — hanno ben altre cure o preoccupa­zioni che quella di dotare, almeno, gli istituti scientifici o culturali della no­stra città. Nessun orgoglio vale, oggi, quello di possedere tanti soldi, sempre più soldi....