Nel momento stesso in cui la ricerca plastica, scultorea e pittorica, concentrano il fare sulla materia e si lasciano contagiare e contaminare dai problemi della società, del quotidiano e, insieme, dai dilemmi e contraddizioni intimi dell’artista, l’arte perde la sua connotazione alternativa o palliativa e consolatoria di superficie e diventa direttamente e dolorosamente simbolo, metafora, emblema della condizione esistenziale, della difficoltà di respiro, di orizzonte, di scavo interiore e anche di slancio in avanti dell’uomo contemporaneo.
Non tutti gli artisti sono impegnati nell’ambito della ricerca, anzi la maggioranza si accontenta di navigare nelle tranquille acque della tradizione, meglio se consolidata, di conseguenza l’incontro con questa tipologia di artisti “ricercatori”, per loro caratteristiche creative non particolarmente esposti allo sguardo del pubblico, avviene casualmente. Talvolta è sufficiente un’immagine di un’opera che colpisce perché coincide con il nostro stato d’animo, altre volte indicazioni precise di amici artisti o amanti dell’arte portano a fare delle scoperte interessanti, così è stato nel caso di Lucio Afeltra e di questo devo ringraziare Cesare Serafino e Boris Brollo.
Afeltra appartiene, per scelta culturale, alla generazione dell’impegno, alla generazione engagé uscita dal periodo del boom economico, senza assumerne l’andamento linguistico, didascalico e aneddotico (Gadda parla di racconto granulare), ma senza rinnegarne l’impianto figurativo, sostanzialmente evocativo, che discende da esperienze come quelle di Elio Caraceni o di Alberto Burri, probabilmente risentendo anche di influenze del tachismo oltre che dell’espressionismo astratto.
È in questa attenzione al linguaggio, in cui forma e coscienza convivono, che emerge la ricerca di un’autonomia di voce e di contemporanea attenzione alle radici: la sua iniziale pittura sembra derivare da certi umori tattili che nascono dalla transavanguardia del secolo scorso, che il pittore accentua attraverso tensioni informali, infatti è possibile affermare che :” Per la prima volta nella stora dell’arte si contraddice apertamente al precetto leonardesco secondo cui il disegno è alla base della pittura. Anche sotto questi aspetti l’informale è una vera e propria rivoluzione, Da Kandinsky, Mirò fino a Picasso: tutti i grandi protagonisti delle Avanguardie sono sovente anche grandi “disegnatori” e usano la loro spesso straordinaria maestria nel disegno per reinventare il disegno in chiave contemporanea, ma senza mai rinunciare ad esso e alla sua griglia portante nella strutturazione e nella composizione del quadro. Anche alcuni dei nostri grandi protagonisti dell’informale, da Afro a Vedova e Capogrossi, sono dei virtuosi del disegno, ma rinunciano ad esso per fini espressivi, ed è una rinuncia che pesa e che ha un valore più grande.” (La via italiana all’informale,  a cura di Virgilio Patarini, pag. 27; Editoriale Giorgio Mondadori, 2013)
Forse per questo i motivi visivi nelle opere di Lucio Afeltra si dispongono in continua contraffazione reciproca, come stilemi diseguali, che lontani tra loro come tempo e storicità, rischiano una coabitazione sempre esplosiva, non certo pacifica. Afeltra attua recuperi culturali e innovazioni tecnologiche, individuando la contraddizione, ormai tipica del mondo contemporaneo, tra l’affascinante realtà tecnologica e l’insopprimibile esigenza di mantenere vivi i valori più intimi dell’uomo. Valori segreti, contradditori anche, nella stagione in cui l’imperversare di media tecnologici e social network rende più difficile l’illusione, e più facili appaiono la caduta delle speranze, la perdita di fiducia nella politica, che ha travisato (o travolto?) le promesse di una primavera, che ora si trascina ancora in un lungo inverno da cui non si vede ancora una possibile via d’uscita.
Siamo quindi molto lontani dalle formulazioni di Benedetto Croce: “Pura intuizione, rappresentazione ingenua della realtà, rappresentazione del sentimento …, sono dunque tutte formule equivalenti e definizioni tutte dell’attività estetica e dell’arte” (B. Croce, Filosofia della pratica, p. 175, Laterza, 1932).
Tre aspetti culturali, filo conduttore di questa breve riflessione critica sull’opera di Lucio Afeltra, emergono con forza: la necessità della pittura, intesa, prima ancora che come mestiere, come storia, come magazzino della memoria per tutti coloro che hanno “memorizzato un milione di immagini diverse”; la necessità di contaminare questa storia, opponendo o accostando immagine ad immagine, in forme dialoganti, dialettiche o inusitate, in modo da far risaltare una idea nuova, una voce o un tono inattesi; e lo stupore (incantato e acritico) del bambino, stupore che rituffa Afeltra da una primitiva contestazione alla poetica neoprimitiva dell’inizio del secolo scorso, quasi un rinvio a Giovanni Pascoli.
La cifra stilistica di Afeltra è segnata profondamente da questi tre aspetti, dall’insicurezza propriamente “estetica” di un futuro (e dunque “per” una forma) sostenibile e di un passato e dunque (e dunque “da” una forma) che smarrisce. Che non nutre di energia mobilitante, e in un presente (e dunque “in” una forma”) credibile, estremamente permissivo, accondiscendente, dominato da giochi, ragioni, interessi di mercato e da sistemi di comunicazione che tendono a impoverire se non anche ad azzerare in spettacolo effimero il valore culturale dell’arte e la nostra stessa libertà individuale, la capacità critica, la volontà di partecipazione.
“Se stendo le braccia intorno e mi domando dove sono le mie dita – ecco, ho tracciato lo spazio che basta a un pittore” si tratta di una delle celebri dichiarazioni di W. De Kooning, per dire come nel suo lavoro ci fosse una totale, disperata identità tra azione e prodotto estetico, tra teoria e prassi: un portare in opera l’azzardo, l’ossessivo esperire la forma all’interno del quadro. Certo, con De Kooning siamo sotto il segno dell’action, sotto la volontà di distruggere la materia nel segno In Afeltra non c’è la spia di un gesto di invettiva, si può parlare della necessità di una pittura che invece si addensa o si strema nell’obiettivo di raggiungere il pulsare oscuro della figura, la dimensione ctonia, operando con la contraddizione dell’utilizzo di colori forti e chiari, forme apparentemente chiuse ma in realtà aperte in un continuo divenire. In Afeltra troviamo un gesto di creazione, non di distruzione.
Viene da citare le Lezioni di estetica di Hegel: “Nell’arte abbiamo a che fare non con un congegno semplicemente piacevole o utile, bensì con la librazione dello spirito dal contenuto e dalle forme della finitezza, con la presenza e la conciliazione dell’assoluto nel sensibile e nell’apparente, con uno svolgimento della verità, che non si esaurisce come storia naturale, ma si rivela nella storia del mondo e di questa storia l’arte è il lato più bello e la migliore ricompensa del duro lavoro entro la realtà e dell’ingrata fatica del conoscere”. (G.W.F. Hegel, Estetica, II, p. 1637, Feltrinelli, 1978).
Nell’opera di Afeltra si evidenzia dunque la costante volontà di verifica sui nuovi linguaggi e sull’attualità delle convenzioni estetiche raccolte puntualmente nei momenti più qualificati, e condotte con una sorta di personale “economia” d’impiego.