Le opere di Emilio Anselmi, come sostiene le critica, parlano di un tempo trascorso e di materiali da “lui trovati, assemblati, puliti, restaurati e con grande modestia plasmati” e infine trasformati secondo la “migliore tradizione alchemica” (G. Iacomucci Litofino). Da questi semplici  e nello stesso tempo circostanziati rilievi, possiamo cogliere quella componente basilare che fa della ricerca di Emilio Anselmi  un continuo ripensamento dei tempi primigeni, fondati non tanto su un tipo di cultura appartenente ai gruppi, omologati alla stessa “stanzialità precaria dell’immaginario” (la cosidetta “tribù” di A.Bonito Oliva), quanto su un diverso grado di intensità poetica, che incide sulla sfera della libertà espressiva dell’artista.
Invero la sua ricerca espressiva non si fonda sulla cultura del tempo degli atti, in quanto il linguaggio non sta alla pari con il passo più avanzato, in termini formali e scientifici, della nostra globalità estetica. Si tratta piuttosto di una diversa gradazione della fantasia che non si lascia condizionare, come è avvenuto con i primitivi, dalle regole razionali o dai manufatti, ieri, medioevali e, oggi, del new indian , dal momento che il fantastico di Anselmi, essendo estraneo allo stadio culturale della “tribù”, si sviluppa e prorompe in proporzione inversa alla vichiana “robusta ignoranza”(“ignoranza” dei significati certificati), onde “fare la poesia grande, cioè di ritrovare favole sublimi confacenti all’intendimento popolare”.
D’altra parte va riconosciuto che nella ricerca e nella scelta dei materiali poveri, Emilio Anselmi non ha seguito il procedimento tecnologico in uso tra gli assemblatori del ready made,  ma piuttosto ha mirato a riattualizzare l’identità dei valori mitici, dal momento che l’oggetto ritrovato (Mircea Eliade lo riteneva “caduto dal cielo”) è stato ricomposto, per il nostro tempo profano, con gli stessi simboli e riferimenti di ordine sacrale. Si è trattato e si tratta, infatti,  del rivestimento di quel primitivo latente nella nostra attualità psichica e che Anselmi ha trovato nei materiali, scelti durante l’environnement solitario alla ricerca di se stesso e della memoria del sacred spirit del tempo passato.
E anche se da questa performance è nata un’opera plasticamente costruita, nonostante l’uso degli scarti, per lo più un monimentum discretamente aperto allo spazio, malgrado la ridotta scala architettonica del manufatto, in effetti Emilio Anselmi è stato iscritto d’ufficio tra i continuatori dell’arte povera da una critica che ha alle spalle una cospicua letteratura, originata dalla nostra avanguardia storica. Del resto lo storico Germano Celant, conoscitore delle origini e dell’iter dell’arte povera, aveva ritenuto fin dagli anni Sessanta che il minimalismo  è un happening più che una forma, le cui immagini sarebbero da ammirare e considerare, dal momento che l’obiettivo non si lega all’archeologia della storia o agli apparati lessicali en vogue,  bensì ad una identità “anti-commerciale, precaria, banale e antiformale, interessata in primo luogo alle qualità fisiche del medium e alla mutevolezza di materiali”. Subito dopo lo storico confermava che nell’arte povera quello che “conta è il rapporto dell’artista con il materiale… sottile, cerebrale, elusivo, privato, intenso”.
Anche se si deve assegnare alle espressioni soggettive e liriche di Emilio Anselmi una rendita di posizione più elevata rispetto alla “banale” precarietà dell’arte povera,  non si può negare che lo spostamento focale, compiuto da Celant, dalla datità della forma dell’interiorità dell’artista, ha conferito nuovo valore alla vocazione magica dell’artista modenese e romano d’adozione, oggi più che mai consapevole di far vivere il frammento quotidiano nello spazio inviolabile della sua interiorità, senza venir meno ai principi teoretici e pratici dell’arte povera.
D’altra parte, ammesso che sia indispensabile una siffatta dipendenza tematica, non si può non rilevare che entrambe le visioni, mobili e non “stanziali”, estranee alla globalizzazione, soprattutto alla tribalizzazione, parlano di un tempo trascorso (“sogno ricomposto” lo chiama Mario Lunetta), perché aperte ad un passato-presente che si fa “Biblioteca della memoria”, per il nostro futuro.