La bellezza
non è che il disvelamento
di una tenebra caduta
e della luce
che ne è venuta fuori
(Alda Merini)

01Nando Celin è uno di quegli artisti a cui è concessa una lunga vita creativa, e durante questo viaggio si trova spinto dall’esigenza dell’Arte, che già lo aveva costretto a lasciare la sicurezza di un lavoro come capoufficio in banca per l’insicurezza che è anche la molla di un artista, per tentare sperimentazioni, e quando anche modificarsi più e più volte.
Caso più unico che raro nella vita di un pittore.
Da pittore, amante della luce e del colore, all’inizio della sua carriera artistica ha usato colore a piene mani, e, con intento tipicamente alla Walter Benjamin, inventa una tecnica dove il colore è tutto: il monotipo serigrafico.
La ricerca della luce e del colore porta Celin, durante il suo lungo viaggio, a realizzare una sintesi di tutti i colori, creando la lunga e feconda stagione del “bianco su bianco”, con opere praticamente monocrome, basate appunto sulla luce e sul bianco, come descritto in “Andare in silenzio verso un sogno” scritto da me nell’ormai lontano 2011 (Andare in silenzio verso un sogno di M. Gaddi; in Nando Celin, una vita per l’arte, trentacinque anni di mostre. Complesso Museale San Paolo di Monselice, 2011. Pagg 45-49).
Ora, nella piena maturità artistica e fisica, Celin sente il bisogno di utilizzare un prisma per tornare a scomporre la luce nei suoi colori costituenti, riappropriandosene se mai se ne fosse dimenticato, e tornare ad utilizzarli per ridare colore ad un mondo che ne bisogna, per uscire dal grigiore in cui è da tempo sommerso.
Il citato “sogno” di Celin si è evoluto nella manifestazione del desiderio di afferrare una realtà (perché le realtà sono sempre molteplici) nella sua interezza, attraverso una sintesi di espressioni, di colori, di forme. La leggerezza dei toni e dei trapassi accuratissimi ad olio, acrilico o tempera sulla tela testimoniano la consuetudine ad una disciplina della visione interiore: il gioco della materia/colore viene organizzato sulla superficie secondo una serena economia, e nascono, così, immagini che evidenziano gli urti ed i contrasti frequenti in natura, si aprono vasti spazi che non sono “vuoti”, ma profondi e meditativi silenzi tipici della laguna, 03propri degli affioramenti di memoria e di contemplazione, entro rapporti di raffinata misura.
Celin “comunica” la sua visione attraverso la “tattilità” con delicate cromie, legate in accordi suadenti, che colgono l’eco sentimentale anche delle più semplici e più piccole apparenze, il nascere continuo del colloquio con gli oggetti e le figure del quotidiano, con i loro riverberi e con gli echi che essi trovano nella memoria.
In essi Celin si immerge come in una densa atmosfera di flussi emotivi, un’atmosfera lontana e palpabile insieme, leggera ed elastica, colma e calma.
A ben guardare, nella pittura di Celin l’impasto cromatico delle tele non è mai descrittivo, non concretizza la “fabula” in materia, e sceglie piuttosto i toni a volte forti e a volte evanescenti e sbiaditi di un soggetto evaporato, come se i paesaggi fossero visti con l’ottica della memoria sfocata e liquida, nella ricerca di un chiarimento mentale.
Quindi luoghi e figure di Celin diventano luoghi in cui si esercita la “memoria” esistenziale di Celin, luoghi di un’esperienza aperta, in cui dialogano le “storie” e la sensibilità di Celin
Il paesaggio non è una produzione artigianale, non descrive solo l’ambiente naturale, ma ne fornisce un’interpretazione, e procede ad una scelta (parziale e orientata sotto un certo angolo, anche quando la meta fissata sia di rendere una rappresentazione esatta e documentaria della natura come le Eriche di Barena (2016) o le Eriche de Buran (2017)); il suo paesaggio diviene una metafora dell’infinito che fa passare lo spettatore dal piacere di evadere dal mondo abituale, o il piacere di rivedere ciò che egli già conosce, all’inquietudine che nasce dal mistero dell’ignoto.
Paesaggio è oggi la perdita dell’orizzonte come profondità visiva e la contrazione di quest’ultima nella distanza ravvicinata dello schermo. Il paesaggio come schermo è in realtà la presa di coscienza di una progressiva perdita della natura come spazio del movimento visivo e fisico.
Il paesaggio produce contemporaneamente una sicurezza, che è legata alla rappresentazione dell’hortus conclusus, poi, un senso di smarrimento che nasce dall’assenza di limiti; infine, ha suscitato ugualmente l’attrattiva e l’angoscia per l’estrema somiglianza con il mondo reale, pur essendo leggenda.
Scrive Umberto Eco “Anche le terre leggendarie, nel momento in cui si sono trasformate da oggetto di credenza a oggetto di finzione, sono diventate vere” (Storie delle terre e dei luoghi leggendari di U. Eco; Bombiani, 2013. Pag. 441). Nando Celin fa un percorso inverso, i suoi quadri mostrano luoghi reali che diventano leggenda. O se siete sognatori le leggende possono trasformarsi in luoghi reali. Come Mu.
Le opere agiscono attraverso la consapevolezza di incidere negli infiniti sfondi metaforici del linguaggio e proprio per questo hanno la forza di infondere sostanza mitica al concetto imperituro del “paesaggio”, un luogo interiore, una visione mentale, che insegue la realtà della figurazione di Celin, con una calma inquietudine.
02Siamo abituati alle Venezia di Celin, che in uno spagnoleggiante “volver” ci ripropone anche questa volta come, ad esempio, in Rio di Ca’ Pesaro (2017), ma la novità (parziale) è nel ricordo della città sotto la neve che copre col suo manto di bombasa un insieme quasi deserto; e se questa assenza di figure in una città dove tutti camminano è comprensibile in una Piazzetta dopo la nevicata (2017) evidentemente notturna visti i lampioni accesi ed il colore del cielo, meno si giustifica nel Ponte del Diavolo (2017) immortalato in pieno giorno. L’umanità è presente sotto la neve in Come nevega (2017) dove sembra concentrarsi verso un bacaro.
Nelle opere di questo ultimo periodo ritorna, se mai l’avesse lasciata, ad una visione di Venezia, ma più in particolare della natura, che ancora non aveva visto la luce, queste opere ci trasmettono la sensazione di scorgere, quasi fosse la prima volta, un mondo di colore e di luce.
Celin mostra come sia possibile rendere percepibile un paesaggio con tocchi parsimoniosi, vedi Neve a colle S. Lucia (2017), dove forme architettoniche chiaramente definite lasciano apparire le alte cime e il colle con la boscaglia nettamente distinti dalla zona centrale dove spuntano campanile e edifici. Il forte effetto spaziale del quadro dipende tuttavia largamente dalle differenze dimensionali introdotte. Gli edifici del paese non creerebbero questa impressione di distanza se non fossero completamente assorbiti dall’effetto visivo dato dalla nevicata. Grazie all’apertura e all’ariosità della pennellata, l’organizzazione spaziale crea un impianto chiaro e vincolante.
Anche l’essenziale struttura cromatica di Eriche de Buran (2017) ha una forte spazialità, dovuta tuttavia soltanto al colore, non essendo definibili singoli riferimenti 01spaziali. Quanto più si osserva l’immagine, tanto più numerose sono le possibilità interpretative che si dischiudono. Così ad esempio la striscia bruna inferiore può essere vista come una superficie della laguna sulla quale si trova l’osservatore e che diventa, con la bassa marea, una zona di spiaggia, o meglio una barena; dietro di essa il lontano mare aperto si staglia contro il cielo chiaro, e nello sfondo si vede la laguna che separa Burano dalla lingua di terra verdeggiante.
Il rinnovato Celin non è solo paesaggi: la sua ricerca ritorna anche ad uno dei soggetti più classici: la natura morta.
Non è un ossimoro affermare che le nature morte di Nando Celin, per altro ottimo cuoco, sono particolarmente vive. Il pescato, tema dominante, è ancora lucido perché bagnato dall’acqua della laguna, a volte si capisce ancora guizzante, e l’insieme tende verso la composizione del “brodetto alla chioggiotta” che viene aiutato nella discesa da boccali di vino, Due opere, Pesci con viero (2016) e Brocca e pesci (2016), vengono dal mercato del pesce, forse Rialto, in quanto vi compare una stadera.
10Un discorso a parte andrebbe fatto, e con molto più spazio di quanto sia dato usarne in questa presentazione, per gli acquerelli di Nando Celin, dove l’enfasi è posta sulla trasparenza. Celin sfrutta la modalità per cui è possibile passare il pennello sulla carta in una serie di leggere velature sovrapposte, sfruttando il candore della carta per rappresentare alcune parti del cielo, o delle case, o la neve che tutto copre. A volte palazzi e figure sono chiaramente delineati usando l’inchiostro di china, altre volte i contorni sono più sfumati, come nebbiosi. In alcuni momenti sullo sfondo le velature sono più dense, più opache. Tra questi estremi Celin utilizza l’intera gamma dei colori intermedi, con maggiori o minori trasparenze. La fluidità di questo strumento e la sua capacità di asciugarsi in fretta permette a Celin di trasmettere gli effetti fugaci delle condizioni atmosferiche in una particolare ora del giorno. Inoltre la leggerezza degli strumenti utilizzati ha certo permesso a nando Celin di lavorare En plein air.
Nando Celin è il pittore delle giornate chiare, il pittore del cielo, della neve, delle nuvole che si riflettono sull’acqua
Celin è il pittore del colore.
Forse Celin non dipinge perché la gente possa capire, ma essenzialmente per mostrare che aspetto aveva quello spettacolo.