Una analisi del lavoro di Giusella Brenno, necessaria per arrivare ad una definizione del suo particolare contributo alla cultura figurativa, e non solo, può contare su una serie di testimonianze, e supportata dai molti riconoscimenti avuti negli anni, praticamente fin dall’inizio della sua attività artistica.
Brenno ha dipinto alcune opere sacre, e dichiara di amarle molto, ha scritto:
“… la presenza di Dio, è per me importante.
Non ho comunque mai cercato l’esoterismo, tendo solo a rappresentare sogni, emozioni, vita, istinto di libertà, ”il volare” nel senso più alto dello spirito.
L’Arte per me è dono di Dio, ”CREAZIONE” nel senso più alto e intimo che l’artista può sperimentare ogni volta che si trova dinanzi ad una tela bianca.”
Si può quindi ben dire che la sua opera è un inno al creato, ed essendo partita con soggetti particolarmente realistici, attraverso l’uso del colore e della materia, ampiamente sperimentata soprattutto nelle ultime opere dalla sabbia ai petali di rosa, è andata via via passando da pittrice della ragione a pittrice del sentimento. Per seguire con quanta costanza, con quanta forza elementare Brenno si sia sforzata di realizzare questa trasformazione da ragione sentimento, bisogna accompagnarla in un viaggio attraverso la sua opere,.
Simbolico e materico attraversano costantemente la sua opera. Vis retorica e speculativa attivano la forma in una inscindibile compenetrazione, come dimostrano compiutamente le ultime opere degli anni 2012-2013 esposte in mostra che sono sostanzialmente omogenee fra loro.
Le tre opere in oggetto (L’Angelo, Riflesso, Cefalù) sono simili fra loro fra uso dei materiali (sabbia, sassi, e olio od acrilico) ed impostazione scenica: mare e spiaggia. È una pittura gloriosa per la maestà della struttura compositiva in una visuale panica che pone come elemento fondamentale il rapporto luce materia.
La schiaritura dei colori, le tonalità, l’equilibrio compositivo, il controllo formale-costruttivo dell’immagine di natura è perseguito per realizzare un ordine mentale che costruisce forme pittoriche modellate plasticamente dal colore, ispessito dall’utilizzo della sabbia come componente di base.
L'AngeloL'AngeloNe L’Angelo si trova una commistione fra l’umano (le evanescenti impronte umane che resistono solo fra un’onda ed un’altra) ed il trascendente rappresentato dall’angelo che dura ancora meno, il tempo che l’acqua filtri attraverso la sabbia; in Riflesso nella pozza d’acqua si riflette un gabbiano in volo (forse Jonathan Livingston del celebre romanzo breve di Richard Bach?) in un ritorno alla natura, dove la stessa autrice dichiara: “Amo la leggerezza degli uccelli e il loro star sopra ogni umana sofferenza, così come la luna e le stelle.”; infine in Cefalù è fondamentale la barca in primo piano, barca che incarna da sempre l’idea del viaggio, della partenza e/o dell’arrivo, metafora della vita dal ritorno alle origini all’ultimo viaggio.
Il mare, madre di tutte le madri, dipinto con impasto di stesura e atmosferica dinamica, si presenta con differenza materica rispetto alla parte inferiore del quadro dove la superficie cromatica è più statica. Interessata al taglio della veduta l’artista, per non trasfigurare liricamente e simbolicamente la natura, è intenta a cogliere il fenomeno negli elementi che producono un’impressione sul soggetto, da suggestionata invece che da suggestionatrice.
La verifica di come Brenno ha prospettato il paesaggio per identificare il suo stile, propone una considerazione sul suo lavoro in generale. Si tratta di una pittura in se, dell’atto puro del dipingere in cui la qualità di rappresentazione è esclusa. L’interpretazione e l’invenzione del paesaggio possono essere intese quale teatro e manifestazione della vita dell’uomo in relazione profonda e vitale con la natura;  predicando la relazionalità di soggetto e oggetto, al di là del realismo come dell’idealismo, nasce dall’interesse maturato dall’artista per l’informale.
L’interesse per l’informale è già presente nel 1986 con gli intriganti oli inseriti in un ciclo denominato Vibrazioni, ed entra anche in opere figurative, come Il gabbiano sempre del 1986 dove oltre ad una intreccio fra figurativo ad informale l’autrice inserisce un corpo estraneo alla pittura (forse per la prima ma certo non per l’ultima volta) come l’utilizzo di petali di rosa sui quali dipingere.
La materia misteriosa, con cui la pittrice crea un mondo reale magico, ci avvolge e ci affascina, dai giochi agli uccelli, dagli strumenti musicali alle immagini delle persone, dalle visioni naturalistiche ai paesaggi decorre la sua poesia, nasce la fonte di tenerezza: ci porta a far parte della sua creazione.
L’artista autentico nasce così, dalle cose. Le idee vengono dopo, come confronto con le cose. Nasce da un atto di amore col mondo; per un bisogno di vivere di più e fermare con l’immagine la porzione più lunga di tempo. La letteratura è memoria, e voler rivivere quel che si è già vissuto, rielaborando compiaciuti o irati un passato per sempre fuggito o per prefigurare un futuro bellissimo od orrifico. La pittura invece sorge dall’immagine presente, che può durare anche a lungo nella memoria ed essere frutto di memoria. Ma è nata allora, quando si è vista la cosa che ha impressionato, quando ci è piaciuto un colore, una unità tonale dell’ambiente. Può diventare perfino simbolo, ma simbolo della cosa vista, ripensata, trasformata, rovesciata ma vista.
I paesaggi dei luoghi originali di ispirazione conservano appena qualche particolarissimo riferimento fisico: un’ansa, un golfo, un chiarore di luna, un riflesso sul mare, una casa , un albero un’ombra e si impongono soprattutto per la decisa semplificazione che esalta una sorta di empatia atmosferica che porta la realtà alla dimensione del sogno piuttosto che viceversa, come invece accade generalmente a noi che ci sforziamo di realizzare i sogni.
Bianco e oroBianco e oroNei paesaggi dove il dialogo naturalistico è tutto con emblemi della nostalgia dei sensi: il canto degli uccelli, il volo delle falene, i fiori sotto la luna, i bianchi gabbiani, la luna nascosta e la luna rossa, il verde smeraldino del cielo-mare-foresta, la nuvola vagante e foriera di annunci, la barca che ricorda il viaggio, l’origine ma anche la meta, il destino ultimo, la ricerca, l’ansia di approdo: sono tutti elementi che ritornano nella pittura di Brenno come punti di riferimento di meditazione, di introspezione, di scoperta di se e del mondo, o meglio dei fantasmi o simulacri interiori che la realtà e il mondo hanno sollecitato.
Paesaggi e persone sono per lo più apparizioni evanescenti, sogni e memorie pulsanti in uno spazio scenico disegnato per una necessità di efficace teatralizzazione del racconto intimo, per rendere recitativa e colloquiale la rappresentazione degli affioramenti nell’anima e nella mente. In effetti, l’attitudine narrativa di Brenno appare come un sorvegliato scavo introspettivo, sostenuto da una energica volontà di rendere partecipi e da rilevante capacità di comunicazione grafico-pittorica, col segno e col colore. Le sintesi figurali sono sempre misurate, calibrate nell’efficacia suggestiva non soltanto tramite un attento progetto preparatorio e introduttivo, ma anche da una sensibilità autenticamente pittorica con cui Brenno mostra di sapere ben dosare il pigmento, inventare aloni, assorbimento di luce solare e lunare, come è nel caso dell’olio su tela e collage Notte d’estate, penombre delicatissime che esaltano la luminosità catturata sugli scorci, sui particolari che articolano e sostengono la narrazione.
Il suo modo di dipingere corrisponde soprattutto a un processo di interiorizzazione della realtà nella memoria per appropriarsene nel modo più completo e per crearsi la possibilità di tornare più e più volte -ora con piacere, ora con meraviglia, ora con nostalgia- a esplorare, interrogare, raffinare il proprio vissuto. La sua pittura, in questo senso, è il suo modo di registrare, di conservare, le cose, gli altri, la propria storia, le proprie nostalgie, di contemplare i ricordi e le assenze, le perdite e le scoperte, di mantenere un rapporto vivo con la vicenda personale e con quella collettiva.
Per capire l’arte di Brenno è importante non indugiare sulle prime apparenze, sulla superficie dei quadri, sulla semplice rappresentazione: da una parte bisogna lasciarsi anche assorbire dallo spazio narrativo, entrare nella scena, e a poco a poco, partecipare del clima magico e favolistico del racconto; dall’altra parte occorre che il nostro sguardo assorba il quadro e lo spazio scenico portandoli dentro di noi, assimilandoli lentamente, fino a farli coincidere con il nostro spazio di risonanza, di reminiscenza, e facendoli così interagire col nostro immaginario poetico, intenerendo e riplasmando la nostra sensibilità.
La pittura di Giusella Brenno è un dono, fatto d’infanzia e di magia, con luci ed ombre che ci avvolgono e ci fanno sognare. Sono quadri davanti ai quali sentiamo il bisogno di rimanere, presi dalla bellezza ottenuta dalla conoscenza e dalle esperienze di vita.