Attenzione: apre in una nuova finestra.Il forte dubbio, 2007-08,olio su tela 50x86Lo psichiatra, psicoanalista e antropologo svizzero Carl Gustav Jung afferma che la formulazione della coscienza si basa su quattro elementi, e cioè: il pensiero, il sentimento, l’intuizione e la sensazione percettiva.
Da queste quattro basi nascono in arte: le ipotesi, l’ideazione, il progetto e i simboli.
Secondo Jung, una parola o una immagine sono simboliche se fanno intravedere un valore che risiede al di là del loro significato semantico. Parola o immagine devono cioè far vedere un pensiero, un qualchecosa, che sia in grado di superare la concezione razionale delle cose, e questo è possibile attraverso l’intervento dell’inconscio.
È noto che il simbolo è essenzialmente sintetico, e per ciò stesso intuitivo sia all’intelletto sia al subconscio di colui che lo interpreta, anche se legato alle capacità, competenze e conoscenze del singolo individuo: non tutti interpreteranno allo stesso modo quanto visto. Al riguardo valga come esempio il film Rashōmon1 (1950) di Akira Kurosawa
Ma che cosa è un simbolo?
Erich Fromm2 lo descrive a suo giudizio come un qualcosa che sta al posto di un qualcosa d’altro.
Il simbolismo nasce dalla metafisica e tuttavia ci appare adatto alle esigenze della natura umana che, ovviamente, non è una natura puramente intellettuale ma ha bisogno d’una base sensibile per elevarsi.
Sui simboli e la loro interpretazione nasce il surrealismo.3
Già nel primo manifesto, Breton precisava che il surrealismo ha l’ambizione di essere innanzi tutto strumento di conoscenza e che si propone di raggiungere una migliore comprensione dell’essere umano –premessa inderogabile all’azione- attraverso l’esplorazione del mondo sommerso rivelata dalla psicanalisi freudiana.
Egli scriveva: “Il surrealismo si fonda sull’idea di un grado di realtà superiore connesso a certe forme d’associazione finora trascurate; sull’onnipotenza del sogno, sul gioco disinteressato del pensiero. Tende a liquidare definitivamente tutti gli altri meccanismi psichici e a sostituirsi a essi nella risoluzione dei principali problemi della vita”4
A Breton spetta l’onore di aver dilatato il nostro orizzonte di conoscenze alle dimensioni dell’arte, della poesia, dell’amore, dove ha riconosciuto un’unica modalità sapienziale. Grazie a lui è stato rivalutato l’onirico, il meraviglioso, l’erotico, presente in tutte le grandi espressioni artistiche. In questo modo, grazie alla capacità tutta umana di giocare per tutta la vita come descritto nell’homo ludens esplorato da Huizinga.5
Il surrealismo ha allargato il nostro campo visivo.
E di simboli variamente interpretabili sono piene le opere di Angelo Conte. Simboli e sogni, però attenzione a come si guarda il suo lavoro: bisogna vedere alla maniera suggerita da Bertold Brecht quando sviluppa la teoria del “teatro epico” secondo cui lo spettatore non deve immedesimarsi durante la rappresentazione, ma deve cercare di mantenere una distanza critica, allo scopo di riflettere su quello che vede sulla tela. Da parte dell’artista, invece, figure, sfondi, scenari, elementi parodistici e una impostazione molto ben studiata devono essere utilizzate per creare un effetto di straniamento, un distacco critico.
Così i quadri di Angelo Conte vanno “letti” con occhio attento cercando, anche se è molto difficile, di non farsi coinvolgere da quanto si vede, dagli effetti e dai particolari che l’artista ha lasciato sulla tela per condurci la dove lui vuole.
I lavori di Angelo Conte, decisamente surreali ed essenzialmente rigorosi, denotano con quale perizia e sicurezza si muova la sua mano abile a manovrare il pennello, e a tradurre in sensazioni  banali momenti del subconscio.
Intuizioni Peripatetiche, 2011, olio su tela 120x100Anche i titoli delle opere di Angelo Conte stabiliscono, nella loro successione, un dialogo tra l’opera e lo spettatore, tra Conte ed i suoi temi, le sue radici culturali. Essi assomigliano ai capitoli di un romanzo di avventure (Il viaggio perduto, il viaggio apparente, Viaggio senza convinzione, Non muovetevi siamo tutti in attesa, Cercando un altro Egitto, Le paure del passato): potrebbe trattarsi di un romanzo di Jules Verne, ma anche alla Dickens.
L’opera di Angelo Conte è il risultato della ricerca sistematica d’un effetto poetico, allo scopo di dare, attraverso la messa in scena di oggetti presi dalla realtà, al mondo reale, da cui questi oggetti erano tratti, un senso poetico sconvolgente, per uno scambio del tutto naturale.
I mezzi usati sono prima di tutto lo spostamento degli oggetti nello spazio, l’utilizzo improprio di oggetti o visioni apparentemente note, la creazione di oggetti nuovi; la trasformazione d’oggetti noti; il cambiamento di materia per certi oggetti: una pera che si sfalda usata come lampadina, per esempio
Ecco che in questo modo viene manifestato il mistero.
Colpisce nelle opere in mostra l’assenza di erotismo, molto spesso presente nelle opere dei surrealisti, visto come importante momento di vita, e per questo variamente interpretato. Ad esempio apertamente mascherato in René Magritte, algido in Paul Delvaux, esibito in Salvador Dalì. Solo in alcune opere la presenza di gambe femminili (vedi l’opera Intuizioni peripatetiche) danzanti lascia alla fantasia dello spettatore immaginare cosa ci sia al di fuori del campo visivo.
Sulla tela le formulazioni espressive di Conte trovano un loro coerente momento di raffigurazione con giustificazioni mnemoniche, dove gli impulsi del pensiero, dislocato come in un campo neutro, seguono il ricupero intellettuale di istanze nascoste nell’intimo, sorprendendo la stessa inquietudine quando accarezza, come verdi Non muovetevi siamo tutti in attesa, 2011, olio su tela 100x120ricordi nati e cresciuti nel giardino macchiato di luce, misteriose immagini appoggiate sulle foglie (Le paure del passato). Su altre tele volti che si affacciano stupefatti da una finestra(Le stanze da scoprire), lo stesso artista si raffigura pensoso mentre legge un libro nell’opera Filosofando al chiaro di luna con autoritratto ; ancora in Le nuove frontiere dell’Ovest dove la presenza di occulti richiami, divini od erotici, collegati a risvolti psicanalitici, sono evocati esplicitamente o allusivamente, dall’occhio che esprime, come punto focale, la gioia trovata nel sogno: menzogna o fatto lampante, fiaba o magia non ha importanza.
Colpisce, dunque, il processo immaginativo di Angelo Conte, che altro non è se non il collegamento di diversi momenti dello spirito, quando lo sguardo, strozzato da incerte verità, fornisce materiale al fatto creativo, approdando come su ricordi di amori perduti.
Critico nei confronti della società (si veda ad esempio in Il forte dubbio il cardinale con il baculo pastorale che innalza la falce e martello, mentre una donna sale una scala a pioli mostrando il sedere e si sa che la verità è nuda; lo stesso baculo pastorale compare anche ne Il sonno della memoria ), Conte inscena una rappresentazione spettacolare, ricca di colpi di scena, con particolari bellissimi, graffianti e anche divertenti, come quando parafrasando Oscar Wilde dipinge “Nulla è più utile del superfluo”, oppure ne “Il viaggio apparente” parafrasa il racconto di Leonardo Sciascia Il lungo viaggio nel mare color del vino. Nella sua tela la differenza tra buoni e cattivi, tra santi e peccatori (come nell’opera Apoteosi e delirio) criminali e persone rispettabili sparisce del tutto. In realtà siamo tutti la stessa persona, un po’ il pirandelliano “Uno, nessuno e centomila”.
Per finire il dipinto “ Non muovetevi siamo tutti in attesa” richiama alla memoria, e non casualmente, la poesia di Giorgio Caproni6

Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito.
Il mio viaggiare è stato tutto un restare qua,
dove non fui mai.

Note

1) Il film si svolge nel Periodo Heian, in una giornata di pioggia incessante, un boscaiolo, un monaco e un passante si fermano a parlare di un fatto increscioso avvenuto qualche tempo prima.
Si tratta dell’uccisione di un samurai, avvenuta per mano di un brigante che avrebbe anche abusato della moglie di lui. La storia viene raccontata da quattro testimoni, fra cui il brigante-violentatore, la moglie del samurai, la vittima (che parla attraverso un medium), ed infine un narratore, che pare sia il più obiettivo dei testimoni. Le versioni sono contrastanti e non si capisce bene quale sia la verità.
La storia è raccontata per flashback, a mano a mano che i quattro personaggi — il bandito Tajōmaru, la moglie del samurai, la vittima e il boscaiolo senza nome— narrano gli eventi. Le prime tre versioni sono raccontate da un monaco , che aveva deposto al processo come testimone, in quanto aveva incrociato lungo la strada la coppia prima del fattaccio. Ognuna di queste versioni viene definita falsa dal boscaiolo e lui fornisce l’ultima versione, come l’unico vero testimone dei fatti (ma lui non dirà questo al processo), e comunque anche la sua versione viene messa in discussione alla fine del film.
Le quattro versioni vengono raccontate ad un cittadino comune mentre aspettano che il temporale cessi, nella porta in rovina, ai limiti della città di Kyōto, una porta identificata da un segnale come Rashōmon.
2) Il linguaggio dimenticato [1951], Bompiani, Milano, 1962
3) Il termine Surrealismo ha origine a proposito di un’opera “totale” per eccellenza: Guillaume Apollinaire usa il termine “sur-réalisme” nel propgramma di sala di Parade, complesso spettacolo andato in scena il 17 maggio 1917 al teatro dello Châtelet con testo di Jean Cocteau, musica di Erik Satie, scene e costumi di Pablo Picasso e coreografie di Léonide Massine.
4) André Breton, “Manifeste du surréalism” (1924) in Manifesti del surrealismo, trad, di L. Magrini, Einaudi, Torino, 1966, p.30
5) Johan Huizinga, Homo Ludens, Einaudi, Torino, 1973
6) In: Giorgio Caporoni, Il franco cacciatore, Garzanti, Milano, 1982.