Pare di intravedere nell’opera variegata di Anna Maria Giordano la ricerca di un fine ultimo della pittura che pare essere quello di trasformare ogni tipo di esperienza, da quella onirica a quella della quotidianità, dalla visione al microscopio a quella agli astri, dal realismo all’astrazione, in un’incessante ricerca della qualità e nella fondazione di un nuovo linguaggio espressivo.
Le sue opere sono spesso completate, integrate con segni figurativi tradizionali, scritture ideografiche, graffiti, figure geometriche: questi solo alcuni fra i codici utilizzati e trasformati da Giordano, che dedica una particolare attenzione alla dinamica interna dell’immagine.
Ciascun’opera rivela un’armonia compiuta ma perfettibile, e si intuisce una parte preparatoria che può essere la scelta del supporto, su cui andranno ad imprimersi quei pigmenti a volte così terrosi da richiamare certi Rembrandt, che fissano la luce per trasformarla in energia vitale. Preparatoria è anche probabilmente una scelta laboriosa tra decine di disegni e/o comunque di immagini, come ripercorrendo un sentiero spirituale di classico respiro. Il risultato si può trasformare in una Giordano 26campitura del figurato a prospettiva centrale, entro piani spaziali profondi, aggettanti, per il netto tracciato di linee diagonali, come in Fiducia (2016), Ineluttabile (2016) Pace (2014) e Stop (2014), riedita la “divina proportione” della sezione aurea dei Grandi Maestri.
Si capisce un seguito, scandito nel tempo, di un momento puramente riflessivo: controllo formale sull’equilibrio tra spazio, luce, immagine con lo scrupoloso esame allo specchio dell’opera finita, e sottoposta all’introspettivo “labor limae”. Vera e propria radice del rigore e della memoria che, esaltando severità e disciplina, ancor più vivifica allo sguardo l’armonia, di queste opere. Facili i rimandi a Maestri moderni come Morandi, vedi Bottiglie 4 (2014), ma anche Braque, Gries e Balthus, richiamato in particolare dalla chitarra di Era di Maggio (2015) e Education (2016), chitarra che richiama anche un racconto di Anne Marie Villefranche.
Qui, e altrove, la chitarra si inserisce fra gli ingredienti della natura morta e diviene una forma dominante nel quadro, anche se inserita in secondo piano, imprimendo il proprio ritmo all’intera composizione con la sua accentuata deformazione prospettica. Nel trittico Education-Job-HappyHour compaiono elementi di studio, di scienza e di liberazione.
Le opere di Anna Maria Giordano consegnano l’eredità del passato alla potenza evocativa del presente.
Nella luce interiore si cela l’anima diafana di volti non realizzati, anonimi, mani, atteggiamenti sospesi in una dimensione non definita. Pennellate intense, frutto di passaggi cromatici diradanti, ma altrettanto dolci ed instancabili, possiedono lo spazio: l’incommensurabile, tra reale e metafisico, cui il sereno introspettivo procedere dell’artista affida alla pittura a-temporale dall’alto valore poetico, tra spiritualità evocatrice e ispirazione tematica.
Anna Maria Giordano ci mostra la realtà dell’irreale: tutto è illusione. Anche la vita. Che, a volte, abbandona il suo compiersi ad un albero, come per Maturità (2005) dove una donna ha già dato origine ad altre vite, mentre tra gli Alberi (2013) un indumento abbandonato su un ramo fa pensare ad una fine tragica, ed in Dietro gli alberi (2015) i tronchi in primo piano nascondono un agglomerato urbano, colorato ed evanescente.  
Nell’interno metafisico, il grigio (la matrice di Morandi e Balthus) anticipa una descrizione in scorci prospettici dove il cono ombra governa la luminosità d’insieme. Piccole scansie bi-tripartite, nicchie di uno spazio non spazio, accolgono il rigoroso alternarsi scenico “cubista”: sfere, piramidi, squadre, cavalletti, righe e compassi. Simboli muti che rimandano all’esoterico potere emozionale dell’inconscio, accogliendone, quali meteore nello spazio, forse note di esperienza vissuta.
Anna Maria Giordano affida spesso al paesaggio una propria ragione esistenziale, il riflesso del proprio destino nella libertà espressiva ma ugualmente contenuta di Giordano 04quel colore, di quella nota vivificante, che, nel riallacciarsi alla memoria, fa da specchio al battito della soggettività indicando il connubio tra ragione e sentimento.
Il vissuto dell’esperienza di un paesaggio, di un luogo, di un’atmosfera di luci e colori naturali: Giordano cerca di estrarre gli elementi essenziali da quelle sensazioni, magistralmente nel caso di Giappone (2016), per trasformare la spazialità dell’ambiente, delle case, dei panorami delle città nell’architettura autonoma del quadro. Traspone così le forme e i colori di un oggetto osservato dal vero nella bidimensionalità della superficie pittorica secondo un andamento a campiture monocromatiche, per lo più di forma trapezoidale, come si nota in Fiducia (2016) e Stop (2016).
La figura umana è un fil rouge che lega un gran numero di opere di Anna Maria Giordano: come già detto colpisce il fatto dell’assenza delle fattezze del volto, i corpi sono presi di spalle o figure amorfe, ectoplasmi, oppure trasfigurate come nella già incontrata Maturità (2005), e in Settimana Bianca (2014) i corpi diventano poco più di spesse linee bianche e verdi.
Su una sorta di espressionismo istintivo, integrata da figurazioni cubiste e futuriste, Giordano elabora una struttura base dell’immagine fortemente dinamizzata e di immediato impatto visivo, volutamente priva di eccessivi riferimenti colti. Da essa l’artista muove per i suoi sondaggi in area astratta, in campo surrealista e dadaista con certe imprevedibili e giocose aggregazioni di forme e materie eterogenee. In Vamp (2015), unica opera  in cui i lineamenti sono riconoscibili, la strutturazione regolare della pennellata a tasselli prevalentemente rettangolari e variamente orientati, suggerisce la costruzione di forme plastiche autosufficienti, il cui volume è indipendente dall’oggetto rappresentato.
Complessivamente in questi lavori si può ravvisare quella componente sostanziale di eclettismo che sta alla base della produzione di immagini di A.M. Giordano. Componente che, paradossalmente, potremmo considerare come omogeneizzante tutta la sua attività.
Dalla dialettica tra conscio e inconscio l’artista si apre all’assunzione di altre forme, altri linguaggi, con lo scopo preciso e precipuo di dare vita ad una imagerie al servizio del prodotto finale desiderato.