Pochi artisti hanno espresso nella pittura, in modo altrettanto reale e realistico di Mirko Caruso, la tragicommedia dell’esistenza.
Un senso tragico dell’esistere che è una caratteristica peculiare del nostro tempo, più che dei tempi andati, e questo colpisce l’osservatore come un pugno nello stomaco. L’interpretazione del sentimento, della vita umana che nasce sulle tele risulta molto più reale di qualsiasi altra rappresentazione realistica.
Al pari di Hieronymus Bosch e Pieter Bruegel, Mirko Caruso rispecchia in modo spietato la costruzione e il disfacimento della nostra realtà.
I riferimenti  a cui si rifà. per sua esplicita ammissione, sono: Salvador Dalì (a cui è anche dedicato un ritratto presente a fianco), Modigliani, Michelangelo, Goya, Leonardo fino ad arrivare ad artisti contemporanei come Michael Hussar, Chet Zar, le pennellate raffaellesche di Saturno Buttò, Roberto Ferri virtuoso sognatore, e la psichedelia di Alex Grey. A questi aggiungerei anche le atmosfere di Hans Ruedi Giger: come nelle opere di HR Giger i suoi lavori si nutrono delle atmosfere dell’immaginario dark, horror, di tutto ciò che è macabro, surreale e cupo...
Ma di tutti questi autori non ha l’accuratezza del segno, la carnalità esposta, l’erotismo esplicito: ha preso soprattutto lo spirito, mentre il suo Maestro principale è probabilmente Francis Bacon, in particolare quando afferma “My whole life goes into my work” e nelle sue opere, dove le carni si fondono e si disfano a contatto con l’atmosfera.
Per l’elaborazione del suo stile Caruso si ispira non solo all’espressionismo e al surrealismo, ma anche ai graffiti e ai disegni infantili. Il soggetto predominate è la figura umana, ma non vuole realizzare decorazioni, raramente tratta soggetti politico-sociali. Nella sua visione del rapporto fra bene e male, nella visione infantile da lui richiamata dell’”uomo nero” ricordato nell’opera Bloom del 2012 si sviluppa il suo continuo conflitto. Non è un caso che fra i suoi cicli narrativi nel 2013 a Londra nasca la collezione di tele e disegni “Notti insonni e sogni ricorrenti”, con evidente richiamo alle paure dell’infanzia. Come racconta lo stesso Mirko Caruso in una autopresentazione: “... le mie opere altro non sono che distillati di paure esorcizzate; simboli della mia infanzia, immagini e sogni ricorrenti ...”
E proprio nella evanescenza ectoplasmatica dei suoi lavori sono presenti le paure, i fantasmi che hanno accompagnato la sua infanzia forse visualizzati anche nelle opere Il Tipo e La Tipa entrambe del 2014.
Nella sua attività professionale di tatuatore Mirko Caruso non si rifà a cataloghi di immagini precostituite da proporre ai clienti, ma crea, credo dopo essersi relazionato con loro e facendoli parlare di se, appositi studi da realizzare poi fisicamente sulla loro pelle. Come è successo anche per i lavori di HR Giger.
Le tematiche scelte sono l’espressione di quello che lo circonda, e che vede di notte. Non c’è alcuna forzatura, lascia che le “cose accadano”, se c’è un’attenzione è quella di non cedere ad un’arte che sia puramente decorativa.
La pittura di Caruso non è un campo di imitazione della realtà apparente, ma un’azione autonoma emergente, come visto, dai bisogni più interni ed istintivi, appartenenti all’infanzia dell’artista.
Questo non è tutto ciò che l’artista ha da offrire, c’è molto di più: una ricerca verso la parte più cupa e tenebrosa dell’animo umano.
Mirko Caruso propone un percorso espositivo crudo e provocatorio, ricco di valore artistico e di contenuti, che offre un’esperienza artistico-meditativa di indubbio interesse e di una certa novità nel panorama delle mostre di arte contemporanea. Affronta una ricerca introspettiva, un percorso complesso ed irto di ostacoli e contraddizioni in cerca della conoscenza dell’uomo, dei suoi aspetti peggiori, di quella che è oggi la vita di tutti i giorni.
Una linea di pensiero, condivisibile, che interpreta l’espressione artistica non alla luce del gusto soggettivo del bello, che non legge il contenuto nell’aderenza iconografica al solo racconto, ma indaga i temi del vero, e il senso del sacro nascosto nella forma, o addirittura nello spazio, nella prospettiva stessa, nella luce.
Dall’opera di Mirko Caruso si è posti brutalmente in grado di conoscere l’insieme di violenza, di angoscia, di ansia, di desiderio, di provocazione, di degrado fisico e morale che esiste nell’uomo, e come tutto questo sia anche necessario per la costruzione del concetto di bellezza.
Vengono in mente le parole di Sant’Agostino nel “Noli foras ire” (“Non uscire fuori…”) tratte dal De vera religione (XXXIX, 72-73):
“[...] Esamina che cosa mai è ciò che ci avvince ai piaceri del corpo, e troverai che altro non è se non una certa armonia, giacché se i disaccordi generano dolore, gli accordi producono piacere. Riconosci adunque qual è l’accordo perfetto; e non voler uscire da te stesso per trovarla, la verità abita nell’interno dell’uomo, e se troverai mutevole la sua natura, trascendi anche te stesso. Ricordati però che nel trascendere te stesso tu trascendi un’anima razionale, e che quindi tale superamento tu devi tentarlo mirando colà donde s’accende ogni luce di ragione. Dove infatti arriva ogni buon ragionatore se non alla verità? La verità non ritrova se stessa con il ragionamento, in quanto essa è ciò che con il ragionare si cerca: osserva qui un’armonia superiore ad ogni altra, e fa’ di tutto per essere anche tu in accordo con essa. Confessa di non essere tu ciò che è la verità, poiché essa non cerca se stessa; tu invece, cercandola non nello spazio, ma con l’affetto dell’anima, sei giunto a lei per unirti, come uomo interiore, con lei, ospite tuo, non con il piacere basso della carne, ma con una voluttà suprema e spirituale [...]”