Disegnare: Rappresentare, raffigurare con linee o tratti di penna, di lapis, di carboncino, ecc.
Disegno: Rappresentazione delle forme mediante linee e ombre, facendo astrazione dal colore.
Le definizioni dei due lemmi sopra riportati sono state prese dal Dizionario Enciclopedico Universale (DEU) edito da Sansoni (edizione 1972), e spiegano come il disegno possa illustrare l’idea del gesto, come radice di un percorso grafico.
Il disegno permette di fissare la forma sul piano e di trasformare l’idea in progetto.
Il contorno di una cosa, di un animale o di una figura -ovvero la linea immaginaria che pare delimitare l’oggetto- costituisce un’astrazione, in quanto restituzione del volume spaziale sul piano. In realtà, infatti, il contorno non esiste. Tanto è vero che la linea muta con lo spostamento dell’angolo di osservazione.
In altri termini ricavare il contorno di una cosa è un’operazione del tutto mentale.
L’idea di contorno è senza dubbio un’astrazione rispetto alla percezione della realtà e uno dei processi indispensabili per riprodurla, ed è connaturata con l’uomo.
Il contorno quindi è strumento per descrivere la purezza delle forme in povertà di mezzi, la quale costituisce, da sempre, la scelta migliore per un risultato efficace.
Carlo Zara, maestro di professione, è stato un disegnatore impareggiabile.
La sua produzione artistica ha elevato il disegno a mezzo privilegiato per esprimere le proprie idee e emozioni, rivelando una fantasia e una capacità inventiva di assoluta genialità.
Il disegno di Carlo Zara presenta uno stile calligrafico che utilizza il contorno come elemento principale per la definizione della figura e della scena. È evidente, infatti, la quasi totale assenza di ombre e di evidenze volumetriche. I primi lavori realizzati in china al tratto sono caratterizzati da impegno sociale e civile, sempre con una forte carica ironica e dissacratoria che investe la società del tempo a 360°. Carlo Zara ha attinto i suoi soggetti dal repertorio moderno, con riprese dalla satira di costume e politica oltre che a trarre ampiamente ispirazione dai fumetti, popolare e colto.Molto vari gli spunti linguistici e figurativi che hanno nutrito la sua immaginazione, raccogliendo preziose informazioni anche dai campi della letteratura e della musica, con visioni poetiche che a volte si sono realizzate in vere e proprie serie tematiche, tutte impregnate di satira graffiante, a partire dal suo terreno quotidiano della scuola, e a seguire, per citare alcuni altri esempi, il tema delle donne e del miglior amico dell’uomo, il suo pene, il mondo dello sport, del militarismo, ecc. Curiosa la sezione dedicata agli “oggetti quotidiani”, dove al centro di ogni singola pagina campeggia un oggetto casalingo: dalle posate alla caffettiera Bialetti, dal telefono in bachelite allo spremiagrumi, ecc. Ogni disegno ha un titolo appropriato, così il portafoglio (dacci oggi il nostro pane quotidiano); la teiera (eran le cinque in punto della sera – F.G. Lorca); il cutter (esser taglienti non basta); la sveglia (la gioia del risveglio); macina pepe e tabasco (finalmente un disegno piccante); ecc.
Simpatico, fra queste serie, un piccolo omaggio a Tono Zancanaro, suo riconosciuto Maestro, realizzando due d’aprés, della chiesa di Santa Giustina e della Corte di Ca’ Lando, di soggetti padovani molto cari al Maestro.
Fra i riferimenti colti molte le illustrazioni, e anche qui primeggia la satira e la dissacrazione, di opere letterarie e riferimenti ad artisti famosi, in particolare a Hieronymus Bosch.
Interessanti sono i ritratti e le caricature, da questo punto di vista i disegni di Zara sono senza dubbio esemplari, dal momento che rendono verosimile la fisionomia anche estremizzandone gli elementi. Carlo Zara richiama da un lato le caricature di Hogarth del settecento, e da un altro sembra volersi riferire a George Grosz, e a Grosz certo si riferisce in particolare per l’impostazione dei suoi acquerelli.
Le ricerche antropologiche hanno evidenziato che nella terminologia più antica ed elementare dei popoli vi erano nomi solo per l’oscurità e la luce, quindi per il bianco ed il nero: a questa fase iniziale appartengono i disegni a china di Carlo Zara.
Il terzo colore a comparire nella storia dell’umanità è stato il rosso, in tutte le sue categorie e sfumature, rappresentativo del sangue e quindi principio di vita e di morte.
Non può essere un caso che Carlo Zara abbia l’introduzione di un “periodo rosso”, dove il nero dell’inchiostro di china è sostituito dal rosso dell’inchiostro. Da un esame dei lavori in archivio pare che questo “periodo rosso” sia limitato al solo anno 1995.
Nel suo progredire l’umanità ha via via scoperto gli altri colori, dopo il nero il bianco e il rosso è la volta del giallo, e così via.
Carlo Zara ha seguito lo stesso percorso, e ad un certo punto del suo  lavoro (dai dati di archivio si nota un primo tentativo nell’anno 1977 ma la vera esplosione si ha con i fogli datati dal 1981) ha sentito l’esigenza di introdurre l’uso del colore per arricchire i suoi fogli, forse per renderne più piacevole la visione, certo per attrarre maggiormente l’attenzione dello spettatore soprattutto verso alcuni dettagli, e creare complessivamente una atmosfera surreale, splatter, da Grand Guignol.
Tutti questi fogli sono certo stati realizzati con quella carica di idealismo, tipicamente europea, che porta a credere che l’arte possa servire a cambiare la realtà ed a costruire un mondo migliore.
Da ricordare che, nonostante l’impiego dei colori, il protagonista assoluto dell’opera è la linea che di-segna lo spazio ed i personaggi in esso immersi. La diversa intensità dei contorni, al di là delle soluzioni suggerite da una prospettiva intuitiva, contribuisce anche a creare il senso della Varsavia Guizzaprofondità.
La risoluzione del gesto tracciante di Carlo Zara non è mai stata astratta e calligrafica, si mantiene sempre nell’ambito della figurazione, tendendo peraltro, iniziando dal 1983,  a una progressiva spoliazione figurale, dalla forma oggettualizzata e persino icastica degli anni settanta, all’immagine residuale che si viene a realizzare compiutamente fra il 1989 e il 1990 con acquerelli dove la figura, pur inizialmente presente, si perde in macchie di colore che nel tempo vanno ad occupare tutto lo spazio.
È del 1989 un acquerello significativo del carattere di Carlo Zara: un autoritratto dove si riconosce in una drammatica fotografia di un rastrellamento nel ghetto di Varsavia e si immedesima nel bambino in primo piano. Il titolo? Varsavia Guizza. Sempre del 1989 altri due acquerelli significativi del suo stato d’animo e precursori di come evolverà la sua opera, si tratta di Solitudine e …dopo

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Solitudine

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... dopo


L’anno 1990 segna probabilmente lo spartiacque fra l’utilizzo del segno e la sua progressiva scomparsa: mano a mano le opere di pittura vengono a sostituire i disegni sui fogli. È infatti di quest’anno un cospicuo numero di opere ad acrilico su cartone di vario formato, dal 30x40 al 75x100, dove Carlo Zara per la prima volta contraddice apertamente al precetto leonardesco secondo cui il disegno è alla base della pittura. Per Carlo Zara l’approdo all’Informale è una vera e propria rivoluzione. Anche altri nostri protagonisti dell’Informale italiano, da Afro a Vedova a Capogrossi, sono dei virtuosi del disegno, e hanno rinunciato ad esso per fini espressivi. Ed è una rinuncia che pesa e che ha un valore grande per loro come per Carlo Zara.
Abbandonato ogni rapporto di significazione con la realtà, la pittura di Zara diventa informale, vuole mostrarsi per quello che è, e si affida solo a se stessa: non cerca altrove il proprio senso e la propria ragion d’essere.
Carlo Zara utilizza il colore liberandolo da vincoli contenutistici e da necessità icastiche esprimendo solo, o cercando di esprimere, emozioni o altro nella maniera più diretta e immediata possibile. Ma occorre evitare di cadere nella trappola di pensare che si tratti di un’espressione “spontaneistica”, non filtrata né mediata da strutture significanti: nient’affatto. Solo che in questo caso non è la rappresentazione della realtà, la raffigurazione, la “Mimesis”, a mediare l’espressione, ma le regole più generali e portanti del linguaggio pittorico: la composizione delle forme o delle masse informi, l’accostamento dei colori, e così via … insomma l’opera è colore allo stato puro e assoluto, nel duplice aspetto sintattico e lessicale.
Il disegno, la linea, il contorno che definisce le forme, quali che siano, era individuato come elemento “razionale” che limitava, ingabbiava la forza espressiva della materia colore, nelle opere informali si ha soprattutto libertà, la ricerca della libertà.
04Eppure qualche reminiscenza, forse rimpianto, figurale cerca ogni tanto di riaffiorare anche dalle opere informali, come nel caso di Io e Te (1989). Ma si tratta di momenti subito rintuzzati.
Occorre insistere sul fatto che le opere di questo ultimo, lungo periodo, non sono assolutamente un’espressione completamente “libera” e senza regole. Al contrario forse: l’assenza di rapporti con una realtà da raffigurare e con la quale relazionarsi, toglie ogni possibile stampella alla pittura, ogni alibi, ogni scorciatoia, e ogni motivo di distrazione. E costringe l’artista ad un maggior rigore, ad una maggiore padronanza tecnica, ad una maggiore maestria compositiva. Non c’è nessun soggetto nel quadro che possa attirare l’attenzione del fruitore e risultargli piacevole in modo da fargli accettare di conseguenza anche il quadro, nulla che possa sedurre i sensi e l’intelletto del fruitore al di là del puro e semplice gioco dei colori.
Per questo la visione dell’opera di un VERO artista informale dà immediatamente e spontaneamente l’impressione di una compostezza rigorosa nella quale la libertà creativa sembra comunque rispondere a regole strutturali. Questa compostezza rigorosa dell’opera emerge non solo dalla visione e dalla sensazione di una struttura visiva, ma anche da una struttura logica, come pare essere presente nelle opere dell’ultimo periodo di Carlo Zara.
Il colore è, come la musica, un linguaggio ed è possibile associarlo a suoni, sapori, odori e viceversa. La percezione del significato del colore cambia con la base della conoscenza di ognuno, così ad esempio il bianco per noi è l’inizio, la purezza, la gioia, mentre in Oriente il bianco all’opposto è il segno del lutto, che da noi è indicato con il nero, indice di paura e sinonimo di disastri, come la “scatola nera” degli aerei. Il rosso è il colore della passione, il giallo dell’allegria, l’arancione è gioioso, il blu ha molteplici valenze nelle sue varie sfumature, il verde il colore della natura. Questi i colori più usati da Carlo Zara, con il chiaro intento di esplicitare le proprie emozioni.
Tutta l’opera del maestro Carlo Zara è incentrata nel bisogno di “dare” agli altri, prima attraverso la satira per mettere in guardia dal vivere in un mondo “brutto”. Il suo Maestro Tono Zancanaro diceva “viviamo in tempi difficili”, e il tempo lo ha confermato. Successivamente attraverso l’uso del colore e la scomparsa della forma per fornirci uno spaccato della visione del suo mondo e dei suoi sentimenti.
Alla sensibilità ed alla cultura di chi guarda l’interpretazione di queste visioni, ed il saper gustare il sapore acidulo dei disegni e degli acquerelli.
E ricordiamo la lezione di Akira Kurosawa con il suo film Rashô-Mon.

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