L’opera d’arte, quando è riuscita, ha un suo modo di comunicare, ci parla, racconta qualcosa che ci sembra bello, qualcosa di vero, un’intuizione capace di chiarirci di colpo un pensiero che fino ad allora ci appariva confuso.
È poi vero che chi guarda, guarda con i propri occhi, dietro ai quali esiste una precisa individualità che si differenzia per età, grado di cultura, esperienze, emotività, opinioni, gusti, preconcetti.
Solo in una fase successiva, dopo avere focalizzato il nostro interesse su quello che ci attrae, può diventare interessante il contributo di un esegeta, di un commentatore sagace che a voce spiegata sia capace di comunicare le sue sensazioni tratte da quell’opera, in un più profondo e variegato criterio di analisi e di fruttuoso confronto.
E allora, curiosamente, succede che proprio gli artisti, prima ancora che il loro pubblico, siano avidi di interpretazioni e di pareri su quanto hanno creato, scoprendo a loro volta aspetti emozionali e significati nascosti che non avevano saputo immaginare nella gestazioni della loro creatura, per il citato meccanismo dell’assoluta individualità interpretativa, sovranamente soggettiva.
Ivo Mosele è maestro incisore veneto, oltre che un originale pittore, che eccelle nella tecnica della maniera nera, una tecnica difficile e laboriosa in cui pochi artisti si avventurano e ancor meno numerosi si affermano. Dal compatto velluto dei neri egli sa trarre magistrali immagini che si materializzano da un buio indistinto e prendono fantastiche parvenze in cui si coagulano tracce di sogni, memorie d’incubo, oscene sacralità, folgorazioni visionarie.
L’arte di Ivo Mosele ha certamente una meritoria intenzione liberatoria, purificatrice, di stigmatizzazione del male, col fine di esorcizzare con il suo monito urlante dal silenzio delle immagini un pericolo di catastasi che nella tragedia classica è l’azione scenica che si svolge in vista della catastrofe.
In effetti questo mondo esagitato, avido, stupido e insanguinato  che ci circonda sembra sempre di più in procinto di soccombere a una qualche decisiva catastrofe.
L’artista è un sismografo ipersensibile, inevitabilmente giudice del proprio tempo e con le sue opere si fa coscienza di un’umanità irriflessiva e distratta, infatuata dalla stolidità delle apparenze.
E poiché l’apparire è governato da mode rapidamente cangianti, la maggior parte degli uomini si costringe a sacrifici immani e a ritmi forsennati per restare sull’onda, in un mondo stremato dai miti della velocità e del cosiddetto progresso.
“Vita liquida” ha definito Zigmunt Baumann il nostro vivere attuale, in quanto esso non fa in tempo ad assumere alcuna forma dato il suo incessante mutare.
Il valore della novità ha preso il posto di quello della lunga durata; si è annullato l’intervallo tra il desiderio di una cosa e l’ottenerla. Non c’è più il tempo del desiderare: occorre possedere tutto subito, prima che la cosa in diventi miseramente out.
E i nuovi artisti non si costringono più all’inutile e impegnativo apprendimento delle tecniche, alla lunga pazienza dell’esecuzione: tutto deve essere istantaneo e rapido, come l’imperativa conquista del successo.
Così l’arte pretende di surrogare il bello con lo stupore, scadendo nelle invenzioni più strampalate, ridotte a trovate da goliardi irranciditi che un pubblico sano dovrebbe liquidare con uno sberleffo.
Con buona pace dei furbi, l’abilità tecnica è qualità indispensabile in arte e Mosele sorprende per la sua così affinata padronanza tecnica, sostenuta da un’inventiva corsara che gli consentono ormai di affrontare con elegante disinvoltura qualsiasi soggetto, qualsiasi effetto voluto.
Osservando le sue incisioni di ragguardevoli dimensioni, con composizioni in cui si succedono vari piani del ricordo e incursioni da visionario, la cui esplosiva miscela accende un forte impatto emotivo, intuiamo la pazienza amorevole e l’appassionato procedere con cui l’autore trae da opache lastre corrose e straziate di segni le sue originali, complesse figurazioni.
L’aspirazione alla bellezza, che è sete di Dio, possiede un linguaggio universale che è alla portata di ogni essere umano, a qualsivoglia latitudine, a qualsiasi livello di cultura ed è estranea al tempo perché immortale: dai graffiti preistorici delle caverne di Lascaux e di Altamira su su… fino alle coinvolgenti lastre incise di Ivo Mosele!

Dalla presentazione tenuta il 22 Gennaio 2009 a “Le Segrete di Bocca”
Galleria Vittorio Emanuele II in Piazza Duomo, Milano.