Ogni cosa che respira lodi Iah, 2011, olio su tela 70x30Il titolo non è mio, ma suggerito dalla stessa artista, Testimone di Geova, che durante lo scambio di missive che hanno preceduto la mostra così motiva la sua scelta, e quanto scrive è importante anche per la comprensione della sua arte:
“La parola Iah in breve è il diminutivo del nome Personale di Dio, dall’ebraico Yahweh nome col quale Dio rivelò a Mosè nel momento che lo investì dell’incarico di liberare gli israeliti dalla schiavitù egiziana. Compare circa 7000 volte negli scritti originali ebraici e greci, infatti la Bibbia si compone di 66 libri, 39 scritti in ebraico con alcune parti in aramaico, e 27 libri in greco. Il nome di Dio è molto noto anche in campo della musica lirica in effetti Giuseppe Verdi quando scrisse “Il Nabucco” narrò in musica un avvenimento biblico chiamando Dio Geova. Anche Schubert conosceva il nome di Dio, così molti uomini dell’antichità conoscevano questo nome. Anche alcuni reperti archeologici affermano la storicità del nome di Dio. In effetti a Parigi al museo del Louvre è stata ritrovata una stele moabita con inciso il nome di Dio (io l’ho potuto verificare personalmente). Il fatto che desidero dare il titolo “Ogni cosa che respira lodi IAH” fa riferimento al libro biblico dei salmi capitolo 150 perché alla fine dei versetti c’è proprio questo invito: “ogni cosa che respira lodi Iah!”. È vero che nel corso del tempo questo nome è stato oscurato dalle vari religioni ma ciò non vuol dire che Dio non ha un nome dato che è Lui stesso che ce lo rivela ... per così dire Lui si presenta come il solo vero Dio Geova. Lo sa che ci sono anche delle chiese con il nome di Dio all’interno o sulle porte d’ingresso? Peccato che non viene detto ai fedeli che quel tetragramma YHWH è il nome di Dio. Eppure se ci riflettiamo uno dei dieci comandamenti dice: Non nominare il NOME di DIO invano ma nessuno si chiede ... qual è questo nome?”
Quindi per Costanza Rosalia il suo operare è un modo per rendere lode a Dio, cioè a Yah, ed infatti tutto nelle suo lavoro, dai soggetti ai colori financo ai titoli, è un inno alla gioia ed alla vita: un tentativo umano di diffondere il Verbo, la Parola.
Ogni arte, anche profana, si esprime con parole quindi è Parola, ed è vivificata da una dichiarazione che dall’artista, per quel dono di natura che si usa chiamare genio, passa all’opera e dall’opera continua a parlare; questo è il processo che produce l’arte. Quindi l’arte è mezzo di comunicazione e di dialogo tra l’artista e i fruitori della sua opera, in quanto essa consente a chiunque la percepisca di ri-vivere, sia pure con modalità del tutto personali sulla base delle proprie conoscenze-competenze-sensibilità, l’ispirazione che la fa esistere, di condividere quindi il mondo interiore dell’artista.
Tutto questo è particolarmente presente in Costanza Rosalia, con il “processo” rafforzato dalla parola di Dio e per lodarLo, che porta l’artista a cercare uno splendore di pennellate, un cercare nelle figure, specie animali a ricordo della Genesi, in un fantasioso e vivace essere vivente, quella natura ottimistica, o, come fu chiamata da molti, quella letizia che era (ed è) nell’esistente stesso perpetua lode a Dio. Questo fa dell’artista Costanza Rosalia una missionaria della pittura, nel linguaggio di noi contemporanei.
Costanza Rosalia fa suoi contenuti precisi, partendo dal suo rapporto con Dio: il mondo come creato, la vita come missione, la parola come Parola, il dipingere come proiezione di una universalità, la cui misura più perfetta, antica ed operante è la fede. L’artista in queste sue opere ha la necessità di connettere il “racconto”, biblico o agiografico che fosse, dentro continue prove di sintesi, impaginazioni, scelte cromatiche vivaci, da affrontare in se stesse.
Costanza Rosalia non può più dipingere la natura come appare, come fecero gli impressionisti; d’altra parte le modalità attuali di pittura realistica hanno la facoltà di esteriorizzare, mentre l’attitudine della nostra artista esige uno sforzo che permetta di mettere in evidenza non le esteriorità, ma la struttura interiore.
Il realismo era per l’evidenza, per la ragione, per l’immagine dall’A alla Z senza soluzione di continuità negli spazi ottici, voleva dire quello e non altro: ma al di là delle apparenze Costanza Rosalia non è una pittrice realista ma piuttosto visionaria.
Cézanne pervenne a ridurre il paesaggio ai suoi elementi strutturali, colori e forme, rinunciando a riprodurre ogni elemento transitorio, quali tonalità, atmosfera, effetti di luce. Costanza Rosalia usa invece la struttura del paesaggio, la sua concezione è perciò originale: non rappresenta l’ambiente tecnicizzato quale si presenta, ma lo ricerca in una visione personalizzata che stacca il paesaggio dall’ambiente meccanizzato e lo trasporta nell’universo interiore dell’uomo. La musicalità dei suoi quadri indica chiaramente l’appartenenza ad un mondo spirituale.
L’ambiente attuale non conosce più la natura intatta, almeno nel mondo civilizzato; ma l’uomo ha purtuttavia bisogno di comunicare con essa. Ed è qui che l’arte assume il compito di creare una contropartita capace di soddisfare ciò che vi è di non razionale nell’uomo medesimo. I paesaggi di Costanza Rosalia sono altrettante chiavi decifranti la natura soprarazionale dell’uomo staccato dal suo ambiente meccanizzato.
L’artista ci fa sentire la nostalgia di un universo puro, intatto; offre all’uomo di oggi un mezzo per ritrovarsi nella sua integrità in un rapporto con la divinità pur vivendo in un universo razionale. Con la sua arte lo conduce oltre ogni razionalità verso quella che per lei è una vera patria: i suoi quadri mantengono sveglia la nostalgia e l’aspirazione verso il suo obiettivo prioritario, cioè IAH.
Terrazza con pappagallo, 2014, olio su tela 50x30Aristotele definisce l’arte come fenomeno di conoscenza, mentre per Platone si tratta di un godimento. Ma l’Arte può essere definita anche come conoscenza, come fenomeno di linguaggio; e questo non esclude una presenza di fruizione nella conoscenza dell’arte che, comunque, provoca sempre una componente contemplativa in colui che l’ammira. È proprio per questo che alcuni amano vedere nell’arte un’azione ludica nel senso che ci porta in un mondo di apparenze, che però svelano le realtà proprie dell’uomo: l’arte è rivelazione dell’uomo all’uomo, in tutte le sue potenzialità positive e negative.  Eppure Johan Huizinga nel suo trattato Homo Ludens (Giulio Einaudi Editore, Torino, 1973, pag. 197) scriveva: «La produzione dell’arte figurativa si svolge dunque completamente al di fuori della sfera del gioco e anche la sua esibizione è accolta solo secondariamente nelle forme di rito, festa, divertimento, avvenimento sociale. Inaugurazioni, pose della prima pietra, mostre, non fanno parte del processo artistico stesso, e sono in generale fenomeni di data recentissima. ».
Quindi il pittore non gioca, il musicista ed il poeta si, ma chi dipinge ha altri scopi. Scriveva Benedetto Croce: «Il pittore è pittore, perché vede ciò che altri solo sente o intravede, ma non vede».( B. Croce, Estetica, Laterza, Bari 1958, p.13 (ed. or. 1902).).Per questa ragione l’artista gode – forse – di uno spirito profetico, di uno sguardo penetrante:
Forse per questo nelle tele aleggia una letizia compositiva e serena, una pacatezza realizzata attraverso forme e cromie capaci di offrire vibrazioni e ritmi a giochi di colorati pappagalli contenuti in sfondi di cieli azzurri, degni di un Paradiso Terrestre, oppure capaci di rielaborare contenuti familiari dentro impaginazioni limpidissime, a rievocare nei suoi paesaggi momenti di vita felice: ma la vita non è tutta gioia, la natura è fatta soprattutto di lacrime e sangue.
Però questi paesaggi forse li abbiamo visti anche noi durante le nostre gite o vacanze,  ma non li abbiamo nemmeno mai contemplati. Forse non sono altro che pure fantasie dell’artista attinte dalle letture o dai meandri della memoria? Una immaginaria Shangri-La verso la quale tende la ricerca di vita dell’artista, e non solo la sua?
Ancora Benedetto Croce, nel suo saggio su Schiller (raccolto in Poesia e non poesia - Note sulla letteratura europea del secolo decimonono, Bari, Laterza, 1946), era convinto che «nella vera poesia le espressioni che suonano più semplici ci riempiono di sorpresa e di gioia perché rivelano noi a noi stessi».  Cioè l’arte può diventare strumento per lo svelare il mistero che è in noi; richiamo l’attenzione dell’uso che nella frase citata viene fatta dalla parola “sorpresa”. La fede si nutre di stupore, di contemplazione, di illuminazione; Chesterton nel suo scritto Generalmente parlando scriveva: «La dignità dell’artista sta nel suo dovere di tener vivo il senso di meraviglia nel mondo». È una grazia che irrompe nel fedele e nell’artista e gli fa vedere il mondo con occhi diversi, scoprendo man mano nuovi e più ampi orizzonti.
Interessante osservare come il termine “ispirazione” sia lo stesso ed abbia lo stesso significato sia nelle Scritture Sacre che nella formulazione dell’incipit nell’opera di un artista: nella Bibbia si dice che Besalel, l’artefice dell’arca dell’alleanza e della tenda dell’incontro di Israele col Signore nel deserto, fu «colmato dello spirito di Dio», come i profeti, «perché avesse sapienza, intelligenza e scienza in ogni genere di lavoro, per ideare progetti da realizzare in oro, argento e bronzo, per intagliare le pietre da incastonare, per scolpire il legno ed eseguire ogni sorta di opera» (Esodo 31, 3-5).
Per questo, «ogni poesia è misteriosa: nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere» (così Borges nel prologo alla sua Opera poetica) o, nel campo della pittura, di dipingere. Fede e arte sono in un santuario misterioso per cui, come suggeriva il pittore Georges Braque nel suo testo Il giorno e la notte (Robin, Bellaria, 2002), «l’arte è fatta per turbare, mentre la scienza rassicura». L’Arte è in grado di provocare la stessa grande inquietudine di una Fede che ha fatto dire: “Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te “: la meta comune di Arte e Fede è l’Infinito ed è necessaria una “grazia” per riuscire a raggiungerla.
Le analogie tra queste due esperienze dell’uomo sono diverse e non è possibile ignorarle, purtroppo ai nostri giorni si cerca di oscurarle: il lavoro di Costanza Rosalia cerca invece di riaccumunarle.