“La sola forma di menzogna che sia assolutamente al di sopra del rimprovero è la menzogna per la menzogna, la cui più alta espressione è la Menzogna nell’Arte. […] La rivelazione finale è che la Menzogna, il raccontare belle cose non vere, è lo scopo adatto dell’Arte.”
(O. Wilde, La decadenza della menzogna, 1889)

 

 

 

 

 

02 Nell’arte non accade più niente di sorprendente, in effetti si ha la vaga coscienza che da qualche parte, tempo fa, tutto questo presente è già accaduto, infatti la Pop Art è stata, a suo tempo, un’avanguardia. Come molte altre forme d’arte.
Fin dai suoi albori nella Parigi dell’Ottocento, l’arte contemporanea cercava di opporsi al gusto dominante dell’epoca. La provocazione era il suo aspetto distintivo.
L’informale ha ben rappresentato un certo clima culturale esistenzialistico tipico degli anni Cinquanta, la sua carica pessimistica di fondo era tale da poter essere compresa solo da una ristretta cultura d’élite, dimostrando in tempi rapidi di non poter reggere il confronto con una società in rapida trasformazione, caratterizzata come società di massa dominata dai tratti positivi ed ottimistici del consumismo.
La Pop Art in questa società si afferma come tutto ciò che l’espressionismo astratto non era, prima di tutto, ovviamente, con l’orgogliosa rivendicazione di essere figurativa piuttosto che astratta.
Nella Pop Art si assiste alla presa di coscienza di una nuova situazione, scoperta allarmante per un pittore o per uno scultore: nell’universo metropolitano l’artista non detiene più il monopolio della produzione dell’immagine, dell’immaginario figurativo del mondo. Monopolio che aveva tenuto dall’origine stessa dell’arte fino.
È dall’incontro tra arte e cultura dei mass-media che nasce la Pop Art negli Stati Uniti intorno alla metà degli anni ’50 con le prime ricerche di Robert Raushenberg e Jasper Johns, con una diffusione molto ampia soprattutto nel decennio degli anni ’60, con una prima diffusione e consacrazione nella Biennale di Venezia del 1964.
I maggiori rappresentanti di questa tendenza sono quindi tutti artisti americani: Andy Warhol, Claes Oldenburg, Tom Wesselmann, James Rosenquist, Roy Lichtenstei, Marisol ed altri: questo definisce anche la componente fondamentale di questo stile: è decisamente il frutto della società e della cultura americana. Cultura largamente dominata dall’immagine, immagine che proviene dal cinema, dalla televisione, dalla pubblicità, dai rotocalchi, dal paesaggio urbano largamente dominato dai grandi cartelloni pubblicitari.
La Pop Art ricicla tutto ciò in una pittura che rifà in maniera fredda ed impersonale le immagini proposte dai mass-media: 06dalle bandiere americane di Jasper Johns alle bottiglie di Coca Cola di Warhol, dai fumetti di Lichtenstein alle locandine cinematografiche di Rosenquist.
La Pop Art documenta in maniera precisa la cultura popolare americana (da qui quindi il suo nome, dove pop sta per diminutivo di popolare), trasformando in icone le immagini più note o simboliche tra quelle proposte dai mass-media. L’apparente indifferenza per le qualità formali dei soggetti proposti, così come il procedimento di pescare tra oggetti che apparivano banali e non estetici, ha indotto molti critici a considerare la Pop Art come una specie di nuovo dadaismo. Se ciò può apparire in parte plausibile, diverso è il fine a cui giunge la Pop Art: in essa è assente qualsiasi intento dissacratorio, ironico o di denuncia.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale la cultura americana e le sue immagini, nel bene e nel male, sono entrate prepotentemente anche nella nostra cultura, in parte modificandola come sempre accade quando due modi di pensare si scontrano ed il meno forte è costretto a cedere, o sostituendola, così come è accaduto, ad esempio, per diverse abitudini alimentari.
Il grande pregio della Pop Art è invece quello di documentare, senza paura di sporcarsi le mani con la cultura popolare, i cambiamenti di valori indotti nella società dal consumismo. Quei cambiamenti che consistono in una preferenza per valori legati al consumo di beni materiali e alla proiezione degli ideali comuni sui valori dell’immagine, intesa in questo caso soprattutto come apparenza. E in ciò testimonia dei nuovi idoli o miti in cui le masse popolari tendono ad identificarsi. Miti ovviamente creati dalla pubblicità e dai mass-media che proiettano sulle masse sempre più bisogni indotti, e non primari, per trasformarli in consumatori sempre più avidi di beni materiali.
Secondo Walter Benjamin l’uomo contemporaneo subisce un processo automatico (o automatizzato) relativo all’esperienza, senza che questa acquisizione abbia bisogno di un’esperienza diretta. In altre parole l’uomo è spettatore e non si accorge di quanto avviene attorno a lui. Già Edgar A. Poe aveva dimostrato, con il racconto “La Lettera rubata”, che collocando l’oggetto interessato (in questo caso la lettera) nella massima esposizione (sopra il ripiano della scrivania) risulta invisibile, anche all’attenta ispezione degli investigatori.
Possiamo considerare la Pop Art come un sistema innestato, mediante il procedimento della citazione, al sistema centrale dei mass media, instaurando fra i due sistemi, quello artistico e quello massificato, una perfetta identità ad tempo iconografica, tecnico-formale e comunicativa, con l’adozione non solo delle stesse immagini banali e quotidiane e dei medesimi procedimenti formativi, spersonalizzanti, rigorosi e meccanici propri dei media industriali, ma spingendo simile parallelismo sino alla fase della circolazione, adoperando gli stessi standard quantitativi con sui i media di massa diffondono sui larga scala un’immagine o un prodotto moltiplicati, portandoli a strumenti di arredamento.
Per aver scelto la bandiera degli States come soggetto di una serie di quadri, a Andrea Favaretti così come a Jasper Johns va il merito di aver reintrodotto il luogo comune nella pittura, da dove era stato cacciato.
Il lavoro della visione di Andrea Favaretti viene sottoposto ad un intenso lavoro di rettifica: l’obiettivo è rivolto ad inquadrare, non già l’incontro del gesto col bianco della tela, come accade nell’Espressionismo astratto, ma l’incontro effettivo, percettivo, e nel caso di Favaretti anche tattile considerato l’ampio uso del melton irrigidito, dell’artista col proprio ambiente, con quella piccola o vasta fetta di realtà che lo circonda. Con l’accorgimento preliminare di considerare tutti i materiali e i modi dell’esperienza ordinaria (la dimestichezza con gli oggetti e il loro uso; la percezione delle immagini artificiali secondo un ritmo oggi congestionato) in termini di potenziale estetico o semplicemente di luogo capace di realizzare un incontro significativo fra l’artista e il suo mondo.
Le opere di Andrea Favaretti sono oggetti, che sono anche immagini e pongono innanzi i loro attributi ottici che hanno qualità diffusive tali da colmare l’intero campo visuale (la bandiera americana) o captanti (il noto logo della Coca Cola): l’artista intende mettere in risalto gli elementi d’immagine contenuti nelle cose.
Anche l’immagine è un oggetto.
A prima vista si riconosce facilmente il soggetto (è una bandiera) ma solo con una seconda lettura si opera l’effettiva scoperta della forma visiva dell’oggetto: nel caso specifico, una superficie rettangolare ricoperta di stelle e di strisce e con accordi di bianco, di rosso, di blu: citando una famosa opera di René Magritte possiamo dire che questa non è una bandiera.
08Favaretti è così riuscito a far convergere l’attenzione su una immagine che fino allora avevamo solo scarsamente osservato a motivo proprio della lunga familiarità con essa. È noto come la vicinanza e la frequentazione prolungata abbiano un effetto riduttivo sulla nostra percezione di qualsiasi oggetto: esse finiscono per velarlo, per spingerlo nell’amalgama dell’indistinto (ricordare la lettera di Poe).
Significativo che come bandiera abbia usato quelle, certo molto note degli Stati Uniti, dell’Australia e di Cuba, ma anche quella meno nota della Norvegia, e pare solo una volta quella italiana, oggi in una collezione privata: forse la ritiene poco riconoscibile, o data la tripartizione cromatica poco “oggetto”?
Per tornare a rivedere che cosa rappresenta è necessario creare un nuovo punto di vista nei confronti dell’oggetto.
La nozione di familiare e di domesticità approfondendosi è costretta a cedere il passo a quella di anonimo. L’anonimo definisce la condizione dell’individuo nella folla e nel tessuto della metropoli, uno strato denso dove si è immersi e si scorre fino a trovarsi quasi nell’impossibilità di averne un’esatta percezione. Da un punto di vista figurativo, l’attributo di “non visibile” meglio di ogni altro restituisce la strana non-presenza dell’anonimo, qualcosa che per l’eccessiva prossimità, come la lettera rubata nel celebre racconto di Edgar A. Poe, fa velo al nostro sguardo, e al pari gli si sottrae per la scena che pone innanzi, amorfa, continua, che non offre appigli o interruzioni nel suo ritmo di scorrimento. È in tale dimensione che Favaretti porta avanti il suo lavoro, con l’obiettivo di conferire evidenza percettiva all’anonimo senza tuttavia snaturarlo, togliergli la sua ruvida sostanza, realtà fin troppo quotidiana. L’intento, dunque, è di rendere visibile il non visibile familiare, proprio l’opposto di quanto si propone il sottile trafugatore di Poe, che risolve il problema di nascondere la lettera semplicemente collocandola in un contesto di richiami prossimi e normali.
L’intermittenza e l’istantaneità prenderanno il posto della continuità; il dettaglio isolato sostituirà il panorama uniforme, diventandone un Avatar.
Lo sguardo di chi vede queste opere non potrà più scorrere distratto su quella superficie liscia e opaca su cui si annullano i contorni degli oggetti consueti, ma messo in allarme da segnali, da zone con variazioni di angoli di visualizzazione e altri giochi prospettici, si troverà costretto a regolare la sua apertura locale, riconoscendo sia la parte sia il tutto.
Per finire alcune considerazioni sul rapporto fra Favaretti artista e il femminile.
Premesso che dalla sensuale Venere di Parassitele alla pudica Venere di Botticelli, dall’erotismo ginecologico de L’Origine du Monde di Gustave Courbet alla sintesi estrema del sesso dei Tagli di Lucio Fontana tutto è stato detto e descritto sulla donna: da angelicata a oggetto del desiderio.
Favaretti, in linea con la sua adesione alla Pop Art, usa strumenti e immagini da Walmart Stores Inc: manichini da negozio con le consuete bandiere e le insegne più note, per cui seni turgidi e sederi sodi vengono messi in evidenza con colori sgargianti, rosso e blu, e la bandiera americana come vestito o come culotte. Favaretti gioca anche con i nomi, fa calembour, per cui la serie dei manichini si chiama provocatoriamente Stars & Pussys, ed un manichino che rappresenta addome e pelvi femminili, inguainato nella consueta bandiera americana, ha come titolo Bacinamerica.
In ventisei secoli, da Parassitele in poi, sono cambiate le tecniche e le modalità espressive, non l’interesse degli uomini per il soggetto o forse per la parte, che Andrea Favaretti ha sviluppato in maniera autonoma e personale.