Il perché del nome

le prime giade importate in Europa provenivano dal Messico e dall’America Centrale.
Tradizione era là che la giada avesse proprietà medicamentose, particolarmente efficaci nella cura delle disfunzioni renali, per cui fu chiamata “piedra de los rinones” (reni) o anche “piedra de ijada” (lombi).
Secondo alcuni autori, tali proprietà erano vantate in Cina, per cui i portoghesi, che si installarono a Macao già nel 1515, portarono questi manufatti e la descrizione delle loro proprietà in Europa nelle prima metà del ‘500.
Da cui jade in inglese e francese, e giada in italiano.

Che cosa è la giada

intanto chiariamo che per “giada” si intendono due minerali simili ma distinti: la nefrite (pietra dei reni!) e la giadeite
Entrambe le varietà presentano struttura microcristallina particolarmente compatta.
La nefrite è un silicato di calcio, magnesio ed alluminio, (anfiboli) in cui possono essere presenti tracce di altri elementi, che contribuiscono a variarne il colore (translucida, bianca, ialina, verde grigio, verde scuro opaco, verde screziato, grigio, giallo, arancio, rosso, blu)
La giadeite è un inosilicato di sodio e alluminio, (pirosseni monoclini); anche questa è soggetta a variazioni di colore, anche se in misura minore della nefrite (trasparente, bianca, verde smeraldo, lavanda, rossa)
I manufatti di giada che sono stati esposti agli agenti meteorici, o più frequentemente, che sono rimasti a lungo interrati, subiscono infiltrazioni e calcificazioni, apparendo così di colore diverso dall’originale.

Dove si trova la giada

nonostante la giada sia stata conosciuta, lavorata e grandemente apprezzata in Cina, più che in ogni altro paese, sin dai tempi del Neolitico, è da dire che in Cina non vi sono giacimenti di giada.
La nefrite è stata importata lungo un percorso (che poi verrà chiamato la via della seta) dalle regioni ad occidente della Cina, ossia dal Turkmenistan Orientale (Khotan e Yarkand), ai confini con l’attuale provincia dello Xinjiang.
La nefrite inizialmente veniva raccolta in ciottoli dal greto dei fiumi, principalmente lo Yurun-kash e il Karakash. Solo le donne potevano raccogliere i ciottoli dal fiume, altrimenti la giada avrebbe perso le sue qualità “mistico taumaturgiche”. Più tardi si iniziò l’estrazione da cave sulle montagne.
Recentemente (diciottesimo secolo) l’importazione avvenne anche dalla Siberia Orientale (lago Baikal).
La giadeite proviene invece da Burma, a sud-ovest della Cina, a partire dal diciottesimo secolo (Dinastia Qing), e la moda ha fatto sì che oggi anche in Occidente sia quella più conosciuta (giadeiti verde smeraldo translucide o trasparenti sono apprezzate e pagate come smeraldi).

Lavorazione della giada

premesso che per lavorare un minerale occorrono strumenti e attrezzi dotati di durezza superiore al minerale stesso (nel caso della nefrite durezza 65; nel caso della giadeite durezza 6,75), risulta evidente che gli artigiani che lavoravano la nefrite nel Neolitico hanno dovuto ingegnarsi non poco per avere meglio di quei ciottoli duri e compatti.
Furono messe a punto delle attrezzature e dei materiali che permisero, ancorché a fatica, di ottenere oggetti di una fattura impressionante, come difficoltà e design.
Per segare i ciottoli, e ridurli in lastre, anche molto sottili, vennero usate corde vegetali intrecciate, cosparse di grasso e polvere di quarzo, granati o altri minerali più nobili, quali il corindone (rubino). Ancora oggi sui manufatti di quel periodo si possono trovare i segni della lavorazione sulla faccia posteriore, cosa che non si trova nei periodi successivi, quando oltre all’uso di attrezzi metallici (sempre però con polveri abrasive ed acqua), si invalse l’uso di oggetti aventi entrambe le facce lavorate.
Per incidere e scavare la nefrite, furono verosimilmente usati attrezzi di bambù con la punta in granato, corindone e forse anche già di diamante (almeno a partire dal 1000 d.c.).
Per forare i semilavorati, utilizzando il trapano ad arco, venne usato ancora il bambù insieme al grasso e polveri abrasive. Si trovano oggetti, sia finiti che semilavorati, nei quali è evidente questo sistema.

Le fabbriche di manufatti in giada

potrebbe sembrare ironico parlare di fabbriche di oggetti in giada, ma sicuramente la lavorazione della giada non era lasciata a singoli artigiani, bensì a gruppi o comunità, controllate dal potere locale (dato il significato mistico-rituale ¬taumaturgico della giada).
Si spiegano così le forme “di scuola”, ripetute diverse volte per soddisfare le varie richieste di oggetti rituali o corredi funebri (è giusto precisare che la committenza era esclusivamente la casta dominante detentrice del potere politico - militare - religioso).
Si riconosce a volte la mano dell’incisore su pezzi diversi provenienti dallo stesso luogo o cultura.
Data la grande produzione, già a partire dal Neolitico, è evidente che nella “fabbrica” vi fosse chi era specializzato nel taglio, chi nella incisione, chi nella levigatura, così come vi era chi produceva le cordine vegetali, i pezzi di bambù, chi recuperava o commerciava le quarziti, i granati, il corindone etc.

II valore della giada

fin dalle epoche remote, questo minerale ha attratto l’attenzione dei potenti (e ricchi) clan Cinesi, che potevano acquistano dai popoli dell’ovest o riceverlo da loro come omaggio e tributo, sia per la sua incorruttibilità (pensiamo all’oro) sia per le sensazioni di piacevolezza (oleosità e calore) che un manufatto levigato dà a chi lo maneggia, e per la sua rarità in terra di Cina, ciò che dava ad esso una aura di “status symbol”, diremmo oggi.
È sempre stata reputata di inestimabile valore, anche più preziosa dell’oro (il carattere Yu che indica la giada significa anche: gemma, tesoro), pertanto è sempre stata appannaggio della casta dominante.
Vi è stato chiaramente nel passato qualcuno che ha associato l’incorruttibilità della giada con sue presunte proprietà medicamentose e di preservazione del corpo di chi la portasse, fino a fame una credenza diffusa, che passava anche oltre al mondo dei vivi.
Occorre ricordare che la popolazione cinese di allora era dominata da clan familiari, che esercitavano il potere politico, militare e religioso, derivandolo dalla facoltà, riconosciuta da tutti, di comunicare con gli antenati e le divinità abitanti tramite pratiche sciamaniche.
La relazione diretta con i propri avi, la cui influenza sulla vita terrena era considerata determinante, conferiva al signore, o capo clan, o sovrano, un carattere divino, legittimandone la posizione determinante in seno alla società.
Pertanto per lungo tempo gli oggetti di giada hanno sempre rappresentato una parte essenziale nei riti religiosi, sia rivolti ai vivi, ma più spesso ai morti. Ancora durante la dinastia Han, si era soliti accompagnare il defunto con oggetti di giada, sia come otturazioni degli orifizi del corpo (una volta uscita l’anima principale – inevitabile con la morte – occorreva impedire l’uscita delle altre anime, sicuramente anche maligne, che avrebbero potuto nuocere in qualche modo), sia con oggetti da recare in pugno (maialini) forse come tributo a qualche divinità ultraterrena.
Nei casi di defunti di rango elevatissimo, si è arrivati a tentare di preservare il corpo per l’eternità, “Vestendolo” integralmente con un vestito totale di tessere di giada, legate con fili d’argento (per nobili come il Marchese di Wu) e di fili d’oro (per principi di sangue reale come la principessa Dou Wan e il principe Liu Sheng).

La giada nella storia

Ricordiamo una volta di più come gli oggetti di giada abbiano rappresentato il più prestigioso simbolo del potere politico e religioso, il tramite privilegiato tra il mondo degli uomini e quello degli dei e degli avi.
Non stupisce pertanto che tutti i manufatti di giada abbiano avuto un significato rituale, almeno fino alla metà della dinastia Han (206 a.c - 220 d.c.), quando diversi oggetti di giada divennero oggetti di affezione e di eleganza personale.
Il primo ritrovamento di manufatti di giada è stato fatto nella fascia costiera dello Zhejiang (cultura di Qingliangang 4800 - 3600 a.c.), ma la grande esplosione della manifattura di oggetti , in quantità e qualità, avviene con le culture di Hongshan (3600 - 2000 a.c.), e ancor più di Liangzhu (3300 - 2200 a.c.).
In linea generale tutta la fascia costiera dal Liaoning al Fujian è stata interessata dalla produzione di oggetti in giada in questo periodo. (Liaoning - Hebei ¬Shandong - Jangsu - Zhejiang - Fujian)
La cultura di Hongshan si è estesa nel Nord della Cina, chiaramente a ridosso della valle dello Huanghe, mentre quella di Liangzhu si è sviluppata nella zona della foce dello Yangtze.
Non vi sono stati quasi certamente contatti tra le due culture, perché le forme, i materiali e le tipologie dei manufatti sono totalmente differenti.
Dopo un periodo di limitata produzione, e quindi di ritrovamenti, durante il periodo Xia (2100 -1600 a.c.), si assiste ad un graduale incremento della manifattura di oggetti in giada, dalla Dinastia Shang (1600 - 1100 a.c.)a quella degli Zhou occidentali (1100 - 771a.c.) a quella del periodo delle Primavere ed Autunni (770 - 476a.c.) con esplosione di qualità e quantità nel periodo degli Stati Combattenti (475 - 221 a.c.), della dinastia Qin -primo impero- per esaurirsi al termine della dinastia Han (206 - 220 d.c.).
Successivamente le arti in genere subiscono un rallentamento/appiattimento, segno delle difficoltà politiche ed economiche dell’impero e delle sue componenti.
Passano quindi senza lasciare traccia significativa le Dinastie dei Tre Regni, dei Jin Occidentali ed Orientali, del Sud e del Nord, dei Sui, fino ad approdare alla Dinastia dei Tang, (618 - 907/960 d.c.) che rappresenta un momento di relativa prosperità e pace nell’impero, e per questo permette un nuovo sviluppo delle arti in genere, compresa quella della lavorazione delle giade.
Non è un vero e proprio rinascimento, ma nuove forme appaiono e si consolidano, per rallentare un poco con la Dinastia Song (960 - 1279 d.c.), e frenare decisamente con la dinastia Yuan (mongola, 1271 - 1368 d,c,).
Il vero rinascimento appare nelle arti con la dinastia Ming (Manciuria) dal 1368 al 1644 d.c. in tutti i campi, incluse le giade.
Per certi versi le forme Ming ricordano la bellezza e l’umanità dei manufatti del nostro Rinascimento.
Per altri versi la Dinastia successiva, i Qing (1645 - 1911d.c.) ricalcano gli eccessi e le “stramberie” dei nostri periodi del Barocco e del Rococò, con forme sempre più spinte all’eccesso, con la ricerca del meraviglioso, con uso di nuovi materiali approvvigionati sempre all’estero (Giadeite ed ambra).
Personalmente ritengo che, dal momento in cui le giade hanno perso il loro senso mistico, per approdare ad un uso “consumistico”, molto del loro appeal si è afflosciato, lasciando a disquisire su canoni di bellezza e di meraviglia sull’esecuzione tecnica, a maggior ragione pensando che nei secoli recenti, le produzioni potevano contare su attrezzature e macchinari che per certi versi, hanno tolto agli oggetti la componente magica dell’ispirazione e del lavoro del grande artigiano/artista.